L’età di mezzo di Rocca Pendice
Nelle fotografie di Lorenzo Trento
A Rocca Pendice, dopo la sua completa scoperta ad opera de i mati de le corde, Bettella, Bianchini, Morten, Dorna, Barbiero, Scalco, Sandi, già durante la seconda guerra mondiale e gli sviluppi che ne seguirono con le tecniche di scalata artificiale, alla fine degli anni ’60 l’esplorazione della maggior parte delle pareti poteva dirsi conclusa.
La rinascita si avrà col rivoluzionario avvento dell’arrampicata sportiva, di spit, scarpette e magnesio, negli anni ’80.
Il periodo di più di un decennio che si colloca più o meno tra le ultime significative realizzazioni in artificiale del 1968-70 e l’apertura della Checco e Granchio nel 1981, fu in effetti un momento di calma apparente più che una stasi per il mondo dell’arrampicata a Rocca Pendice, fatto dalle innumerevoli ripetizioni delle vie classiche, dei tanti corsi del Cai, di prove dei materiali e di manovre sulla cengia delle Dinamiche ma anche dei primi timidi tentativi di liberare le vie in artificiale.
Lorenzo Trento, alpinista e fotografo padovano, è stato protagonista e spettatore di questa evoluzione, osservando i cambiamenti di mode e mentalità e gli sviluppi della tecnica proprio in quegli anni, nel vasto campionario umano che man mano si alternava sulle pareti di trachite di Rocca Pendice.
1976, un mito, Alfredo Corli, su Spigolo Barbiero.
Allora le vie a Rocca si affrontavano stile Pilone del Freney. Era tanto se si usciva in giornata …
così come sulle brevi pareti del Monte Pirio

“Parete del diavolo … il gran diedro strapiombante con tetto aperto da Benedetto Carron e Sergio degli Adalberti all’estrema destra della parete, resta l’ultima via in artificiale di Rocca Pendice, grazie anche alla chiodatura rimasta tradizionale…”

Marco Simionato:
…come d’uso all’epoca, con staffe, sulla classica via alla “parete del diavolo”:
“Strapiomba? ci sono tanti chiodi in fila? si? allora staffa!!!”.
Molto “sestogrado” la sosta appeso… a 10 metri da terra.
Bel tiro atletico, ora 6b, piuttosto rimaneggiato da successive rispittature.
Francesco Piardi:
“Credo che la svolta sia iniziata verso il 1977, quando abbiamo provato a ripetere in libera (ancora con gli scarponi mi sembra) la Direttissima e la Diavolo. Poi, insieme a Marco Baggio, abbiamo aperto dal basso, a chiodi, una piccola variante della Dorna, ancora oggi credo valutata 6a. La vera svolta però credo sia arrivata con la Checco e Granchio: La cosa importante da ricordare è che Granchio ha salito dal basso, slegato e in scarpe da ginnastica, il primo tiro, senza sapere se sarebbe riuscito a passare … all’epoca Granchio era veramente superiore … il tiro duro poi, il terzo, è stato liberato successivamente da Martin Scheele.”
Checco Zampieri, Granchio:
“La prima volta non ricordo nemmeno come riuscii ad arrivarci, al Pendice. Ero con un amico che da poco arrampicava e aveva un po’ di materiale … ci perdemmo all’uscita della placca sulla “Carugati” e ritornammo con lunghe manovre alla base. L’esperienza mi affascinò e impressionò allo stesso tempo: che vertigine tutti gli alberi visti dall’alto! Erano i primi anni ’70. Io personalmente poi, tra povertà di mezzi e timidezza, sarei rimasto un arrampicatore provinciale dedito alle salite classiche sul Pendice e sul Pirio se, come insegna la storia, non avessi ricevuto uno scossone benefico. Lo scossone, fu l’incontro con persone nuove, soprattutto con Francesco Piardi “Kecco”; incontro che dette la stura a tutto quel bailamme che fu insieme, “il nuovo” sulle ‘pareti di casa e lo sconcerto dell’alpinismo classico locale, soprattutto per l’avvento di quei benedetti chiodi nuovi: gli “spit”…”
Prove di tenuta del mezzo barcaiolo e del freno Stitch Salewa.
Nel 1979 fu installata sulla parete sovrastante la Cengia delle Dinamiche una struttura che permetteva cadute nel vuoto di oltre trenta metri.

Con Pit Schubert, Carlo Zanantoni e Bepi Grazian a Teolo
verso la Carugati …
Marco Simionato:
“Al corso conosco Granchio, dalla risata contagiosa, le mani come pinze e molto più coraggio di me. E Paolo, che sembra sempre un po’ spaesato e fa cadere i cordini … e invece è bravo e si fa anche slegato tutte le classiche. Pure la Dorna, quella che non avrò mai il coraggio di fare, io. Un mito. E poi Checco, che il corso lo ha fatto l’anno prima, e già si intuisce che vede lontano, lui. Sulla fessura Grazian mi farà provare le prime scarpette. E Tono, che già allora sfoggiava un discreto paio di fondi di bottiglia sul naso, possibile presupposto al successivo abbandono dell’arrampicata per le future glorie ipogee.
Poi per caso incontro Perlotto, che come me ogni tanto va in Pendice infrasettimana con la corriera, solo. Reduce da Yosemite mi fòlgora con i tranquilli racconti di salite che per me sconfinano nella mitologia ma soprattutto con il foot hook sullo strapiombino alle Numerate. Slegato. Chiaro che gli vado subito dietro. Si apriva un mondo intero di nuove possibilità e movimenti prima mai neanche immaginati e che poco più tardi sarebbero tornati buoni anche a tirare la libera sulle vie in Dolomiti”.
I brani virgolettati sono tratti da Rocca Pendice: arrampicate nei Colli Euganei di Michele Chinello e Marco Simionato, Idea Montagna Edizioni, 2009.
Alpine Sketches © 2011
















Ecco, diciamo che verso la fine dell’età di mezzo mi sono timidamente affacciato a RP pure io, euganeo del sud. Le foto rendono perfettamente l’aria che si respirava in quegli anni, in bilico tra austeri scarponi e dissacranti Tepa sport (o peggio, Clark: sì, visto anche questo). Grazie Stefano, che la trachite ci sia propizia ancora a lungo.
Il periodo è lo stesso, anch’io mi sono battezzato su quelle rocce alla fine degli anni ’70.
La traversata delle Dorna ma anche la variante di Piardi a metà, l’attacco dello Spigolone, il malo passo al secondo tiro della Bianchini, le canne del Barbiero, la placchetta della Carugati… fosse anche III° o IV° con gli scarponi era sempre un’avventura … ma le impressioni restano, i lunghi silenzi e soprattutto gli odori sono ancora così vividi. ciao Enrico.
Bello.
Ho ancora un bel ricordo della prima volta che scalai a Rocca Pendice. E pure una bella cicatrice…
Complimenti! Bello rivedere un giovane Francesco Piardi e il “Granchio”. Ho risentito il profumo e l’emozione di quei bellissimi anni.
Grazie! Queste pagine sono state una bella scoperta.
Adesso “si va” ancora a Rocca e al Pirio ma molto è cambiato.
Marco
Bellissime foto, che ricordi…..
Bei tempi!
Che magnifici ricordi, è un rincorrersi di odori di bosco, di mani che sanno di lichene. E’ l’entusiasmo contagioso di Giancarlo Milan; era un mondo che si spalancava prepotentemente, facendomi sognare…
complimenti. e grazie.
oggi ho fatto lo spigolone… coi denti.
grazie a queste persone. massimo rispetto!
Che bello vedere Claudio Zampiero “il granchio”…pioniere di Rocca…Io ho avuto la fortuna di conoscerlo quando ormai era divenuto affermata guida alpina…Personalità dall’entusiamo contaggioso…Grazie per questo bell’articolo.
Mario Zanirato, sono un vecchio amico di Lorenzo Trento e vorrei mandargli un saluto. Non lo vedo da più di 15 anni e non riesco a contattarlo. Se qualcuno riesce a mandargli questo messaggio lo ringrazio.
Mario, vedrai che Lorenzo leggerà e allora ti risponderà, sicuro.
Ha ragione Stefano, ciao Mario come va? che bella sorpresa, grazie a questo bellissimo e sorprendente sito. Fatti dare da Stefano la mia mail, ci contattiamo e magari ci si vede. Non sapevo della tua passione per l’alpinismo.
A presto