No place for brass monkeys

Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita del Nose al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come, la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”.

In un recente scritto pubblicato nel sito Planet Mountain, L’Altopiano del cambiamento, Ivan Guerini, con una felice combinazione di nomi e citazioni di vecchi articoli ha suscitato in me (e in molti altri, ne sono certo) una curiosità immediata e l’impressione di un qualcosa di già letto, soprattutto quando menziona un titolo particolare: No place for brass monkeys – Non è posto per burattini.
Dopo una fruttosa ricerca intorno a quello che mi resta degli ammuffiti fascicoli della Rivista della Montagna –essenziale, più della mia memoria storica, è stato il provvidenziale aiuto degli amici di facebook-, No place for brass monkeys si è materializzato sotto forma di un glorioso annuario della RdM e più precisamente Momenti di Alpinismo 1984, in un periodo relativamente molto successivo all’epoca dei fatti e anche della traduzione di Motti.
A distanza di tanti anni la storia di quei due ‘bastardi’ inglesi si rivela ancora avvincente e ci risultano piacevolmente puntuali anche se un po’ malinconiche le avvertenze di Gian Piero Motti sulla sua traduzione del ‘pezzo’ nel rispetto del gergo alpinistico e di uno spirito ironico e scanzonato anche a fronte di situazioni ambientali e psicologiche, se non disperate, assolutamente drammatiche.
ASk

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È il racconto della prima salita invernale alla via Soldà sulla parete nord del Sassolungo. A scanso di equivoci é bene dire che siamo di fronte ad un’impresa d’eccezione: la parete è alta circa 1000 metri, esposta a nord, quindi non vede mai il sole e gode inoltre di scarsissima attività di vento. La via, già difficile in estate con difficoltà di IV, V e VI in arrampicata libera, è caratterizzata da immensi camini e profonde gole che in inverno sono completamente intasate di neve ed incrostate di ghiaccio. Le strozzature strapiombanti dei camini sono in inverno i tratti più severi, in quanto è lì che si incontrano le grandi colate di ghiaccio.
Parlando di alpinismo invernale dolomitico, è un’impresa che si erge al pari della Solleder alla Civetta e della Vinatzer sulla Marmolada. A mio giudizio la Soldà al Sassolungo è un tantino superiore, pensando anche alle dure condizioni ambientali in cui è stata compiuta: temperature diurne da – 20° a -30°.
La salita fu compiuta alla fine del dicembre 1976 da Bob Milward, autore dell’articolo, e da Steve Parr. Lo scritto è efficace, molto «secco» e ben aderente allo stile britannico, dove si cerca di sdrammatizzare la tragedia, ma nello stesso tempo di renderne l’idea tra le righe, con la solita sottile ironia che ben conosciamo. Il largo impiego di un certo gergo alpinistico nel testo è necessario se si vuol rendere con fedeltà lo spirito dello scritto.
Una traduzione in italiano raffinato e corretto, ne avrebbe tradito in pieno lo spirito. 

Gian Piero Motti
Torino, 1978

No place for brass monkeys

Testo e foto di Bob Millward

Traduzione dall’inglese di Gian Piero Motti

Fu un’insopportabile bollita alle dita gelate che alla fine ci svegliò. Dopo due giorni di macchina ci bastò una battuta occasionale per conquistarci la simpatia di Aldo, il quale ci avrebbe fatto da uomo di collegamento alla base. Eravamo stati accuratamente dissetati e cibati e poi cacciati fuori ad arrampicare. Il nostro bluff  non era stato bevuto. Le dita paralizzate prima ancora di mettere le mani sulla roccia.
Diverse ore di marcia bestiale nella neve profonda ci portarono all’attacco. Più di mille metri di parete ci sovrastavano. Ottocentocinquanta metri di via diretta, aperta con grande eleganza da Gino Soldà. La via diretta sulla Nord del Sassolungo è lì davanti a noi, aperta nel 1936, sesto grado, ripetuta forse cinque o sei volte. Nessuna salita invernale e nessuna ripetizione inglese.

«Mi sembra una buona idea, per la nostra prima salita invernale»

«Terribilmente poetico!» commentò Steve schiacciato dai trenta chili del suo sacco.

La prima lunghezza fu molto indicativa per farci capire il resto. Neve polverosa su roccia marcia, un solo punto di protezione su 50 metri, poi issaggio del sacco grande mentre Steve si innalza sulle Jumar con il sacco piccolo in spalla, lanciandosi in un furioso inseguimento del sacco grande, che schizzato fuori al di là della sua portata, ce la mette proprio tutta per agganciarsi a qualche spuntone roccioso. Ma poi comincia la scalata vera e propria su roccia, tutta ben impastata di acqua solida.
Per fare più in fretta, non andiamo tanto per il sottile, e superiamo quello che a mano a mano ci si para innanzi. Tutto è più duro di almeno due gradi: se ci troviamo di fronte all’impossibile, lo rendiamo possibile rompendo la crosta di ghiaccio fino a trovare qualcosa di arrampicabile di sotto. Il martello veniva manovrato con tale cura e dolcezza, che in quel modo avresti ridotto le scogliere di Gogarth ad una mattonella di pavé in una settimana. Volano in aria blocchi di neve, pezzi di roccia e di ghiaccio. Ne viene fuori uno stile inconsueto; esplosioni frenetiche di attività ginnica tra un punto di fermata e quello successivo. Se ti fermi su piccoli appigli, le dita cominciano a perdere sensibilità e tu vieni di sotto. Se ti fermi su appigli grandi, sei tu che perdi sensibilità, t’arriva la bollita e forse vieni di sotto lo stesso. L’assicurazione per lo più è una perdita di tempo, a meno che qualcosa non t’arrivi sulla faccia. Ora tocca a me subire il bombardamento bianco, mentre Steve adotta una tecnica originale di scavo-nuoto per venire a capo di due lunghezze in neve polverosa che ci portano nell’ultima luce del giorno al nostro terrazzino da bivacco.

Vigilia di Natale. Un misero scivolo ghiacciato, proteso sotto una barriera di strapiombi, un sipario bianco che chiude la camera da letto. Ero giù di corda, quattro sole schifose lunghezze in un giorno.
Anche Steve era scoraggiato. Già miserabile nell’aspetto esteriore, lo divenne del tutto nel cucinare; e allora l’insulto supremo: malgrado i suoi sforzi, o proprio per i suoi sforzi, il mio stomaco non resse lo scontro tra salsicce tedesche e polenta italiana e fu così che cominciai Natale con lo stomaco perfettamente vuoto.

Secondo giorno

La via segue il fianco di un gigantesco pilastro, alto 850 metri, con andamento piuttosto diagonale tra pareti verticali e strapiombanti, incurvandosi e rigirando come una spirale un po’ stramba. I passaggi più secchi erano sempre espostissimi, sull’orlo di immensi camini che sprofondavano nel vuoto. I passaggi facili più o meno avevano le stesse caratteristiche, ma avevi sempre la neve polverosa a cui aggrapparti oppure un mezzo di protezione piantato in extremis, prima di venire vomitato nel vuoto, oltre l’orlo del camino.

Nel primo mattino, una traversata sull’orlo della gola gigantesca con circa 200 metri di A.F. (Aria Fresca) sotto le suole: con l’acuta freddezza analitica, tipica dell’educazione ricevuta all’Università di Oxford, Steve ne seppe venire a capo.
«Eh, eh, pensa un po’ che lurida sangiata andresti a prendere là sotto… ».
Poi fu il vero inizio: fessure verticali ben riempite di neve e di ghiaccio. Scalata dura, cauta e molto lenta, ma nello stesso tempo un’arrampicata grandiosa con ancoraggi a prova di bomba: l’arrampicata che per anni avevamo cercato e che avevamo temuto di trovare. Una parete in cui roccia, neve e ghiaccio si fondono in una unità disperata. Bianco e nero, duro e fragile, liscio e ruvido, sempre verticale, niente a che vedere con l’arrampicata su roccia o quella su su ghiaccio, ma solo misto, misto estremo. Nessuna possibilità di trovare un appiglio o una fessura che non fossero deliziosamente verniciati di neve bianchissima, ghiacciata e indurita. Ghiaccio aggrappato a pareti così ripide da rendere ridicolo l’uso della piccozza e dei ramponi. Ogni gesto compiuto con la stessa insicurezza che ti dà un movimento estremo su un blocco in palestra, mezzi di protezione zero, mezzi di progressione altrettanto, zero.

Era come tentare di intagliare gradini nella Grande Muraglia. Il tutto con una costante: il freddo, un gelo che ti morde la carne e brucia come fosse acido. Appiccicati alla roccia come quei «graffiti” osceni sulle pareti di un cesso pubblico. Se tu li guardi, non si muovono dal loro posto, ma tu prova un po’ a tornare nel giro di un’ora e vedrai che qualche oscenità li ha portati un pochino più in alto sul muro.

Finalmente l’arrampicata divenne un po’ più facile e con vero piacere abbracciai un tetto che sbarrava la fessura sopra una pancia strapiombante, e, come tuffato in un’orgia di sicurezza: «Eureka, ho trovato un vecchio chiodo!». Ritrovai tutto il mio relax in un ben amato appoggio per i piedi, con una punta di rimpianto per Steve che, salendo con il suo paio di Jumar, non avrebbe potuto gustare nella sua realtà l’esperienza di quel tiro di corda allucinante. Dopo, l’arrampicata si attenuò un po’ nelle sue difficoltà fino a divenire dolcemente disperata, per raggiungere quello che ci era stato promesso come «terreno facile», dove invece trovammo la neve instabile e la roccia marcia.

L’assicurazione era come una barzelletta scadente, fatta di chiodi a lametta piantati a metà e di lunghe fettucce che tentavano di aderire a spuntoni arrotondati e ghiacciati. Al punto di fermata te ne stai a guardare con ansia il frutto del tuo lavoro di un’ora: blocchetti incastrati e pestati che scricchiolano nella roccia marcia, miseri chiodi che flettono i loro muscoli di ferro dentro a fessure cieche, mentre il tuo compagno e il sacco grande si issano nervosamente sulle due corde indipendenti.

Ci demmo il cambio e scoprii nuovamente il piacere di far da bersaglio al bombardamento aereo. «Non sento più le dita», mi giunse una voce preoccupata. E poi, con una nota di ottimismo: «Ma mi fanno ancora male, se le mordo». «Allora lasciane un po’ anche per me!». Visioni di dita fresche e congelate in salsa rubra.

La successiva lunghezza tirata da Steve si perse nell’oscurità tra minacciosi strapiombi. Il suo primo punto d’ancoraggio per la corda doppia si disintegrò al primo assaggio, ma alla fine riuscì a scendere grazie ad un merdosissimo bong infilato dietro ad un buco della roccia, come un bottone nell’asola di una giacca. Lasciando le corde piazzate, scendemmo ancora di una lunghezza; poi un’ora di scavo riuscì a generare un terrazzino su cui bivaccare. Maledizione a quei sacchi da dieci tonnellate! Tre dure lunghezze di corda più in alto del terrazzino da bivacco della scorsa notte: otto ore d’arrampicata con tempo ottimo. Il tempo era ancora magnifico, in netto contrasto con il mio spirito, funereo. L’unica ragione per cui non ci decidemmo a scendere fu che non c’era nessun motivo per non continuare.
Eravamo lì con viveri sufficienti per un battaglione e con una montagna di attrezzatura, da riempire comodamente due sacchi da bivacco.

Il rituale notturno iniziò con il riscaldamento della sveglia ghiacciata, poi cercare di indovinare l’ora e ficcarsela sotto i vestiti, per sentire alle sei del mattino una strana vibrazione in qualche parte remota del proprio corpo. La schifosa polenta fu trangugiata con un giro di whisky, poi tutto ciò che ci restò fu un sigaro, «Buon Natale» ed un sonno profondo.

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Una prospettiva della parete al terzo giorno di arrampicata

Terzo giorno

Una veloce partenza sulle corde fisse mi portò poi ad attendere per tre ore su un appoggio per i piedi, mentre Steve conduceva una lunghezza di quelle dure. Ero come rinchiuso nell’interno di un camino, cercando di immaginare che cavolo Steve stesse combinando più in alto, mentre un vento maligno portava verso il basso spifferi ghiacciati, che poi si rivoltavano all’insù e non trovavano niente di meglio che sbattere sulla mia faccia.

Un malaugurato spazio tra maniche della giacca a vento e guanti, dava via libera all’aria ghiacciata che bruciava maledettamente. Quindici giorni dopo staccai dai miei polsi due anelli di pelle, come due polsini di camicia sporchi.
Dopo un’eternità risalii con le Jumar una lunghezza impressionante, tutta in diagonale sul bordo di uno strapiombo, domandandomi un po’ stupito quanto doveva essere stato duro per Steve. Un sistema di pendii innevati finalmente ci permise di procedere rapidamente. Le escoriazioni delle dita andavano e venivano, come le bollite, ma il gelo che le procurava ne attenuava il dolore, lasciando come sola testimonianza una traccia rossa sulla neve.

Al tramonto, se non altro, il panorama era cambiato. Party di Santo Stefano. La lista degli invitati era piuttosto limitata, tuttavia ci accomodammo per un sontuoso pasto di molte portate, aggraziato da un festone dorato di cinque metri: mangiammo come porci, trangugiando dolce di Natale e pudding alle prugne, poi whisky e sigari scelti e, quale paga per il lavoro della giornata, denaro in cioccolata. Il tintinnio delle lattine vuote accompagnò cori natalizi; Monthy Python e Boccherini riecheggiavano fino alle stelle.

Quarto giorno

I sogni di una fanciulla calda e vogliosa svanirono in una nera realtà. Lunghezze di corda a spirale e in diagonale tra strapiombi mi indicarono ben presto la fine del lavoro di recupero del sacco, e per me l’inizio di un’arrampicata veramente superba, mentre Steve con il sacco grande si innalzava con le Jumar, pendolando sinistramente su di un vuoto spaventoso. Una serie di facili lunghezze lungo la base della grandiosa parete strapiombante, e solo il famigerato passaggio del pendolo ci separava ormai dal couloir che dà accesso alla parete finale.

Una traversata orizzontale, caratterizzata da un saliscendi a zig-zag proprio sul labbro di uno strapiombo, con la sicurezza che se cadi sono 250 metri di salto al primo impatto e poi 650 al secondo. Dopo una calata a corda iniziale, un sesto in libera, ghiacciato, condusse ad un piccolo grappolo di ferri arrugginiti. Introdussi nel gioco uno di quegli sporchi trucchi del mestiere, cui si ricorre soltanto quando non c’è nessuno che ti può vedere.

AI primo lancio un dente del martello da ghiaccio si agganciò al vetusto ancoraggio. Un pendolo rapidissimo, aggrappato alla fettuccia del martello e finalmente possibilità di respiro. Qualche passo più in su confermai l’insicurezza di tutta la situazione, tentando di attraversare a corda ancora per un pezzettino.

Me ne ritornai indietro in modo spettacolare e dinamico, accompagnato da un sinistro tintinnio di ferramenta. «Che è successo?» gridò Steve dietro lo spigolo. «Che cavolo vuoi che sia successo… son volato, no?».

Abbandonato il sacco, il passaggio fu condotto a termine, a parte qualche pezzetto di pelle, dove le dita nude avevano grattato contro la roccia.

Mentre Steve veniva su saldamente assicurato, osservai il nuovo ambiente. Il nostro punto di fermata era in una profonda gola, larga almeno sei metri e tappezzata di neve fresca. Pareti lisce e impressionanti si alzavano per centinaia di metri nel crepuscolo, incurvandosi in alto come la volta di una cattedrale, cui mancavano solo le stelle. Alcuni sassolini cadevano sibilando fino ad arrestarsi improvvisamente, dando una dimensione al silenzio.

Improvvisamente un respiro affannoso, grugniti e tintinnii come di un fantasma che trascina catene, emersero dalla cripta annunciando l’ingresso di Steve nell’imbuto terminale. Lasciando una corda fissa sul passaggio della traversata, continuammo nel canale fino a scoprire un piccolo anfratto nella neve.

Due ore più tardi al suo posto vi era una specie di grotta dove entrammo per passare la quarta notte.

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Steve nella grotta di ghiaccio del quarto bivacco

Quinto giorno

Il mattino seguente, avanti con la routine di sempre. Due strozzature di ghiaccio, che avrebbero richiesto l’uso dei ramponi, e giungemmo alla fine della gola innevata. La via, ad un esame superficiale, sembrava salire in qualche modo fino ad un sistema intricato di fessure posto a destra, portandosi poi fin sotto ad un imponente strapiombo e poi al successivo sistema finale di diedri. Il canale-camino invece proseguiva formando nei successivi 60 metri tre grandi caverne chiuse da strapiombi. Un’ora di dura battaglia, necessaria per superare 10 metri, ci convinse ad una revisione della tattica. La parete esterna, sebbene fosse facile, era ricoperta da un metro di neve e si presentava piuttosto ripida, il che voleva dire alzarsi spostando con una sola mano tre metri cubi di neve alla volta. Le pareti esterne della gola erano ripide ma molto innevate. Il camino invece era pulito e, apparentemente, collegato da una serie di fessure agevolmente arrampicabili.

Anche le condizioni del tempo cominciarono ad aver peso nei nostri pensieri. Per tutto il mattino fu una gran corsa di nubi provenienti dall’Austria che filtravano verso i grandi altopiani dolomitici attraverso le creste aguzze delle Alpi, bianchissime e cariche di neve. Con il trascorrere della giornata, la nebbia sotto di noi cominciò a prendere consistenza e a poco a poco salì gonfiandosi fino a raggiungerci.

Non vi era scelta alcuna: «Superare tutta la gola e fare a gara con il maltempo e la neve fino a sbucare sullo spigolo nord». Non ricordo chi sul momento lo sentenziò. Trenta metri più in alto, diedi una sbirciatina di sotto, seguendo la corda di recupero che penzolava nel vuoto nettamente staccata dalla roccia fino alla conca sottostante la prima strozzatura strapiombante. Compresi allora perché nel canale-camino non ci fosse neve. Oltrepassai un chiodo vecchio ed un cuneo di legno. Poco dopo ci riunimmo sotto un blocco incastrato che formava un tetto di almeno otto metri.

Un pochino più in su ancora, si giunse ad un punto di fermata su staffe, con lo sguardo fisso su uno scorbutico strapiombo di due metri da superare con incastro di dita fino ad un chiodo nuovo e lucente, sporgente dalla roccia per quasi tutta la sua lunghezza. Un momento di panico, una piroetta un po’ azzardata ed il piede proteso in spaccata ritrovò l’altra parete del camino.

Le due facce del camino si erano talmente avvicinate l’una all’altra, da permettere un’arrampicata in spaccata gettando sguardi su un mare di nulla. L’arrampicata in spaccata portò in fuori, sempre più in fuori, fino ad un’ampia conca, finalmente a cielo aperto. Era la  «Stazione Centrale», dove i binari delle fessure, dei diedri e dei camini fuggivano in ogni direzione.

La luce debole e fioca del pomeriggio filtrò attraverso le masse umide e gonfie delle nebbie, avanguardie della bufera imminente. Dietro, intuite ma invisibili, inseguivano minacciose nubi cariche di neve, del tutto ignare della nostra agitazione e insensibili alle nostre angosce. La corsa era cominciata. Scelsi per un ennesimo strapiombo posto a sinistra. Lo superai aggirandolo e finalmente il camino, congiungendosi, ebbe fine.

«Oggy, oggy, oggy», il grido convenuto riecheggiò nell’imbuto e corse giù lungo l’orrido camino, ma non riuscì a risuonare oltre gli strapiombi e a giungere alle orecchie ansiose di Steve. Appiccicato sotto lo strapiombo, poteva solo vedere i blocchi di ghiaccio che precipitavano nel vuoto a 20 metri da lui. Se ancora aveva qualche dubbio sul suo futuro, il sacco pensò a fugarglielo, compiendo un pendolo mostruoso verso nord. Alla fine, si lasciò anch’egli andare nel vuoto, corpo e mente appesi al filo della corda, per alzarsi dondolando paurosamente, dopo aver lasciato che le sue budella se ne andassero volando in qualche direzione sopra l’Austria.

Con grande soddisfazione di ambedue, Steve mi raggiunse presto al punto di fermata. Ancora due dure lunghezze di corda su terreno misto e raggiungemmo lo spigolo Pichl al cadere del buio.

Aveva ben poco di somigliante alla cresta rocciosa che conobbi l’estate di due anni prima.  Scavammo un buco nella cornice di neve e ancora lavorammo sodo per costruire un terrazzino evoso al riparo, per sistemarci a dovere e riesaminare la situazione.

27 lunghezze di corda per arrivare allo spigolo. A giudicare dal materiale trovato in posto, almeno altre due cordate avevano percorso la stessa via per 25 lunghezze di corda. Probabilmente avremmo dovuto prendere a destra alla Stazione Centrale fino a incontrare il diedro finale. Tuttavia non si era perso molto, poiché entrambe le vie si ricongiungevano due lunghezze più in alto, prima della facile cresta che porta in vetta. In definitiva fu una vittoria morale. Un sollazzevole pensiero con cui potersi addormentare.

Sesto giorno

Il sesto giorno giunse senza alba. Vi fu soltanto l’arrivo della luce ad annunciare una giornata cattiva. Altra neve era andata a cacciarsi in tutti i posti sbagliati ed i sacchi da bivacco erano bagnati. Le macchine fotografiche, inutili, vennero messe via, mentre ogni cosa era ghiacciata da un vento sempre più crudele. Finalmente lasciai il punto di bivacco per incominciare ad arrampicare.
In ogni direzione la visibilità era ridotta a meno di 50 metri. Un unico colore: marmo nero, venato di bianco e tirato a lucido. Diavoli di neve urlanti ci avvolgevano vertiginosamente, trascinati da un vento sferzante che trasformava visi e mani in pezzi di pietra. Superati tre metri e passata quasi mezz’ora, Steve mi urlò con le labbra ormai di legno, che qualunque cosa io stessi facendo, lui stava diventando un pezzo di ghiaccio.

Impossibile arrampicare oggi. «Non si può fare nulla con questo vento!». Ritornammo sul lato riparato della cresta. Un’ora dopo, quando mezzo buco nella neve era già stato scavato, il vento mollò quel tanto da farci tentare una corda doppia lungo la facile via sull’altro versante.
Quando si ricuperano due corde di lunghezza differente, è necessario tirare con forza bracciata dopo bracciata, con grande attenzione, fino a quando il nodo di giunzione non è passato. I guanti gelati non fecero presa sulle corde ghiacciate… e filai giù come un sasso per afferrarmi disperatamente tre metri più in basso, scosso da una tremenda vibrazione che mi fece rintronare il cervello.
“Sto solo provando l’ancoraggio della doppia» gridai. Una di «quelle» doppie, che devono finire sempre in un certo modo, ossia con Steve che risale con i nodi Prusik lungo la corda incastrata mentre io attendo sotto, appeso come un granchio con le chele aperte, pronto ad afferrare al volo tutto ciò che arriva dall’alto. Ma finalmente l’ordine fu ripristinato e si poté proseguire con una serie di doppie regolari.

Riscoprimmo le delizie delle lunghe calate nel vuoto, con l’orecchio teso agli scricchiolii delle fettucce e con il pensiero ai cordini passati intorno a spuntoni arrotondati.
Un’interruzione non gradita si presentò sotto forma di uno scivolo di neve lungo almeno 100 metri. Fu disceso in arrampicata in un’unica tratta di corda, con la prospettiva di un volo di 200 metri per chi scendeva per ultimo. Poi, ignorando del tutto il problema di seguire la via di salita, altre corde doppie fino a quando l’oscurità ci trasformò in fantasmi rumorosi e strascicanti.
Contro voglia ci fermammo per la notte e cominciammo «Lo scavo della vittoria». Con un tocco di ironia il tempo era migliorato e tutto si preparava ad una notte chiara. Tirammo fuori i sacchi a pelo e i duvet duri come il cartone, con scaglie di ghiaccio che si staccavano come pasticcini. Quando ce li mettemmo addosso, ci diedero l’impressione di essere rinchiusi in uno sgradevole bagno turco.

Settimo giorno

Il mattino seguente ci portò una secchiata di spruzzi in pieno viso ed il primo sole in sette giorni. Cantando “Fortissimo» (la sola canzona italiana che conoscevamo) partimmo per le ultime calate in corda doppia. Steve era pimpante e felice, io invece sentivo crescere la tensione ad un livello insopportabile. Diciotto mesi per caricarsi emotivamente, poi sette giorni di concentrazione estrema, cercando di controllare l’emotività in ogni più piccolo dettaglio, per prevenire quell’unico passo falso che è l’unica certezza di arrivare in basso.

Ci misi una cura quasi maniacale nella preparazione delle doppie, finché l’ultima, lunga e sospirata calata ci depositò al suolo, con un avanzo di due metri di corda. In tutto, un tratto in libera di circa 100 metri e 16 calate di 50 l’una. Mi slegai e corsi via per tirare un monumentale sospiro di sollievo.
Una corsa felice attraverso una massa morbida di neve fresca ci riportò al rifugio, dove ci accolse un festeggiamento messo in moto dalla macchina pubblicitaria tipicamente latina. Ma tutto ciò ci comunicò un calore veramente genuino e ci mise a contatto con la generosità quasi imbarazzante della gente locale.
Pare fosse stato un periodo eccezionalmente freddo, con puntate a – 20 gradi in fondo valle, 1000 metri sotto di noi, e Aldo autonominatosi il nostro agente pubblicitario e uomo di base, ci spiegò che tutti erano molto preoccupati per la nostra incolumità, tranne lui, Aldo, perché: «Gli inglesi non crepano, sono dei gran bastardi… non lo sapete?». Dopo quel grazioso complimento decidemmo di fare anche noi la nostra parte nelle relazioni anglo-italiane ed uscimmo dal rifugio per provare la nuova esperienza di rilasciare autografi.

Steve scrisse a lungo, poi mi passò la cartolina. La esaminai attentamente per scoprire quale concetto filosofico avesse cristallizzato la sua mente distillata dagli sforzi di una settimana.
Vi si leggeva: «Sassolungo – no place for brass monkeys»1.

1 Sassolungo – non è posto per burattini.

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