Aiguilles des Grands Charmoz e du Grépon

Aiguilles des Grands Charmoz e du Grépon

di Davide Scaricabarozzi

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Le cime del Grand Charmoz (a sinistra) e del Grépon viste al tramonto da Chamonix.
Photo Summitpost.

 

Le Aiguilles di Chamonix costituiscono da sole una vera e propria catena di montagne, un massiccio dentro il massiccio.

Hanno grosso modo un orientamento Sud-Nord e sono comprese tra l’Aiguille du Midi a sud, che è la più alta e l’Aiguille des Grandes Charmoz a nord.

Tra queste due cime ce ne sono un’altra ventina, tra le più note troviamo l’Aiguille du Plan, l’Aiguille de Blaitière, il versante meno appariscente dell’Aiguille du Fou,  l’Aiguille des Pèlerin e molte altre.

Quasi tutte le guglie più importanti hanno il loro bravo sottogruppo composto da vette “minori”.

Sono un terreno di gioco fantastico, offrono una varietà incredibile di salite su tutti i terreni e di ogni grado di difficoltà.

Il granito è della migliore qualità, l’arrampicata è spesso rude, caratterizzata da fessure di ogni dimensione, alcune di queste portano i nomi  dei primi salitori come Mummery, Knubel, Venetz, solo per citare i più noti.

Con l’avvento e l’accettazione dello spit sono proliferati, grazie soprattutto all’insancabile opera di Piola, una miriade di itinerari anche in placca dalle difficoltà più varie, ce n’è davvero per tutti i gusti. In ogni caso vie veramente “plaisir” sulle Aiguilles non ce ne sono, lo spit c’è solo dove non è possibile proteggersi diversamente e anche in questo caso la distanza tra loro è notevole, quindi è necessario integrare, se possibile, con mezzi veloci.

Un tempo quando si diceva che una fessura era “stile Aiguilles” o “bien Chamoniard” era evidente che si trattava di una cosa difficile.

Sono i “laminoirs”, simili alle fessure off width, scabrose in qualsiasi modo si vogliano affrontare, dov’è indispensabile avere un’ottima tecnica e una buona dose di sangue freddo.

Si tratta di ostacoli temibili, spessissimo improteggibili che costringono ad un’arrampicata molto faticosa e azzardata. Le Aiguilles ne sono piene, gli apritori delle vie moderne hanno mantenuto il carattere di queste fessure evitandone quasi sempre la spittatura. Se oggi incontriamo uno spit nello scalare queste strutture, molto probabilmente è stato piantato dai ripetitori.

Un altro classico ostacolo tipico di queste guglie è il “Râteau de Chevre”; non è altro ripida che placca appoggiata alla parete con la quale forma un diedro dalla fessura di fondo molto larga. Lo scalatore può scegliere come salire: rimanendo all’esterno sulla placca, oppure incastrarsi nella fessura di fondo.

Va da sé che tra le due tecniche il dispendio di energia è diversissimo e se siamo in quota la scelta fa la differenza

Viene da sorridere leggendo le relazioni di queste salite, dove i  Râteau de Chevre vengono classificati con un quarto grado, magari un quartino; ebbene, a chiunque sia capitato di cimentarsi con queste specialità locali questo quartino è rimasto impresso.

Naturalmente sulle Aiguilles non manca il terreno tipico del Monte Bianco: il misto e il ghiaccio.

I versanti nord delle Aiguilles hanno un dislivello notevole, quasi sempre intorno ai 1000 m, tra le più conosciute ed ambite ci sono l’Aiguille du Plan, caratterizzata da un’impressionante ghiacciaio pensile fortemente serracato, l’Aiguille du Midi  con i suoi speroni di misto (ad esempio il Frendo) e i suoi couloirs.

Tra le nord delle Aiguilles la più conosciuta, ma anche la meno frequentata, è sicuramente quella dei Grandes Charmoz, salita per la prima volta nel 1931 ad opera di due fuoriclasse dell’epoca: Willo Welzenbach e Willy Merkl.

L’Aiguille des Grands Charmoz, una montagna dall’aspetto fenomenale, è una cima che sembra essere l’esatta interpretazione di “vetta” scaturita dalla fantasia di un bambino.

Questa guglia, pur avendo una cima ben individualizzata, colpisce per la sua cresta sommitale che è tra le più frastagliate e vertiginose del massiccio, irta di gendarmi aguzzi protesi verso il cielo.

Osservandoli da nord mostrano il loro lato più selvaggio, è come se il granito ancora fuso fosse stato modellato dal vento, è come osservare una ciclopica vela pietrificata stracciata dalle forze di un improbabile uragano primordiale.

La parete nord dei Grands Charmoz precipita per novecento metri sul piccolo ghiacciaio della Thendia con un formidabile appicco quasi verticale di ghiaccio e roccia.

E’ una nord pericolosa e difficile o come direbbe Bonatti in una parola sola: repulsiva.

Il centro della parete è caratterizzato da un ripidissimo scivolo di ghiaccio che va raddrizzandosi ancor di più in prossimità della cima dove perde compattezza e si divide in  tentacoli  verticali che si insinuano tra i gendarmi che compongono la sommità.

Se le nord dell’Aiguille du Plan o della Midi si vedono perfettamente da Chamonix, quella dei Charmoz rimane defilata, per vederla è necessario andare verso il Col de Montet o al Montenvers.

L’Aiguille du Grépon mostra tutta la sua possanza osservandola da Chamonix, dove appare simile ad una quinta di roccia compattissima dall’aspetto temibile.

Queste due guglie, pur avendo sostanzialmente personalità distinte, formano un binomio inscindibile; spessissimo si sente parlare dei Charmoz-Grépon come se fossero un’unica montagna, molto probabilmente per merito della classicissima, e unica nel suo genere, traversata delle due montagne che altro non è che una fenomenale galoppata su una cresta granitica di rara bellezza ed esposizione.

Un altro aspetto singolare di questo gruppo (i Charmoz-Grépon appunto) è la singolare  mancanza di due versanti per il Grépon e una sovrabbondanza di creste per i Charmoz.

Dato il suo orientamento, il Grépon non ha un versante nord e nemmeno un versante sud, ma due ripide creste rocciose orientate rispettivamente a sud-sud-ovest e nord; per contro i Grandes Charmoz hanno una parete est che si confonde con quella del Grépon, il quale sfodera il suo versante Mer de Glace (Est) alto ottocento metri.

I Charmoz hanno però un complesso versante nord-est, un’arcigna parete Nord, un’articolata parete sud ovest e una cresta in più (oltre la sud-est verso i Col Charmoz-Grépon e la nord-ovest verso il Petit Charmoz): quella de la République  orientata a nord-est; in comune possiedono delle poderose pareti ovest (versante Nantillons) dove un numero considerevole di salite puramente in roccia sono a disposizione degli arrampicatori.

Si tratta quindi di un gruppo piuttosto complesso.

Salire e scendere da queste meravigliose vette simbolo di tutte le Aiguilles di Chamonix  è una cosa seria.

Il versante Nantillons (ovest) ha un ghiacciaio piuttosto tecnico, minacciato nella sua parte inferiore da una serracata imponente, sotto la quale per raggiungere l’attacco di alcune vie di questo versante, è necessario passare e in ogni caso è un transito obbligato in discesa per tutti gli alpinisti che raggiungono la vetta dei Charmoz o del Grépon.

Negli ultimi anni la frequentazione di queste spettacolari cime è sensibilmente diminuita, anche le vie più blasonate e di gran moda negli anni ottanta (ad esempio il Pilier Cordier ai Charmoz) vengono ripetute più raramente.

La meravigliosa traversata Charmoz-Grépon non è più così affollata, oggi si preferiscono le vie alla Blaitiere o al Peigne, con un accesso più comodo e una parziale attrezzatura moderna.

Nonostante provi un sottile piacere per questo status quo, ritengo che perdersi questi gioielli dal sapore d’altri tempi  sia una grave mancanza per tutti coloro che hanno l’ambizione di conoscere il Massiccio del Monte Bianco.

L’inizio

I fratelli Abraham sul Grèpon

I fratelli Abraham sul Grèpon  (Arch. G. G., Torino)

Mummery, Venetz e Burgener

Il gruppo Charmoz-Grépon è indiscutibilmente legato all’alpinista inglese Albert Frederick Mummery, al suo compagno, il minuscolo Benedikt  Venetz e alla fortissima guida Alexander Burgener di Saas Fee.

Quest’ultimo è una figura leggendaria, un uomo dalla forza fisica proverbiale, quasi bruta e dai modi proporzionati alla medesima.

Mummery è stato sicuramente una pietra miliare nella storia dell’alpinismo con o senza guida, in ogni caso la figura più rappresentativa e rivoluzionaria del IXX secolo.

A quindici anni, nel 1871, sale il Cervino con la guida per la via normale e in quell’occasione non gli sfugge l’elegantissima cresta di Zmutt che ancora non era stata salita.

Nel 1879 ritorna in quel di Zermatt per cercare una guida che l’accompagnasse nell’impresa. Trovò Alexander Burgener, un vero montanaro, alto e grosso quanto basta per avere una mole che di suo esprime autorità.

Burgener è un uomo “essenziale”, dalla voce tuonate e dalle uscite pittoresche (è famosa la frase che rivolse alla titubante signora Mummery durante la salita del Taschhorn: “Stia tranquilla signora, di qua tiro su una vacca… ”) che spesso si abbandona ad una sequela impressionante di bestemmie.

Burgener non si fida troppo dell’aspetto sparuto dell’inglese e vuol metterlo alla prova prima di cimentarsi con una salita del genere.

Comincia un allenamento quantomeno intenso di diverse settimane, Mummery ha una resistenza pari almeno a quella di Burgener, così il 3 settembre dello stesso anno realizza, assieme ad altre due guide, la prima della cresta di Zmutt.

L’anno seguente salgono ancora assieme il canale che dal versante svizzero porta al Colle del Leone, questa è davvero un’impresa notevole, il canale che è decisamente ripido e di ghiaccio nero, viene salito senza ramponi intagliando centinaia di gradini nel ghiaccio con una rudimentale ascia.

Le principali cime della catena del Bianco sono state scalate e  Mummery rivolge la sua attenzione alle Aiguilles di Chamonix che apparentemente non offrono nessuna via di salita evidente e facile, ma l’inglese può fare affidamento sulla straordinaria forza di Burgener.

Va rilevato che all’epoca, sulle Alpi occidentali, non erano mai state superate difficoltà che andassero oltre il IV grado. Si arrampicava con gli scarponi ferrati e i passaggi più duri venivano superati con i soli calzerotti o addirittura a piedi nudi.

Le vie di Mummery rimangono comunque il “sistema” più semplice per raggiungere la vetta, non era ancora il momento di ricercare la difficoltà fine a se stessa, ma in virtù di questo stato di cose, Mummery  rimane il più forte scalatore del suo tempo.

Indubbiamente è stato un grande “senza guida” (prima ripetizione dello Sperone della Brenva senza guida), nonostante moltissimi suoi successi siano stati portati a termine proprio con Burgener, ma a differenza dei suoi contemporanei, Mummery aveva instaurato con le sue guide un rapporto paritetico, di amicizia, una cosa inusuale in un contesto in cui la guida era al servizio del cliente.

Molto spesso passava in testa alla cordata e questo modus operandi  metteva in evidenza il fatto che avrebbe potuto benissimo fare a meno della guida, come accadrà del resto in seguito realizzando salite di notevole difficoltà sempre da primo.

Si potrebbe affermare che Mummery fu l’antesignano del vero arrampicatore sportivo, naturalmente rapportando la cosa allo standard dell’epoca.

L’episodio emblematico del suo pensiero e della sua ferrea etica avvenne sul Dente del Gigante, una delle ultime “cime simbolo” ad essere salita; sotto la meravigliosa “placca Burgener” , che Mummery ritenne inscalabile, lasciò un bastone, incastrato in una fessura, al quale appose un biglietto con una frase che è diventata famosa: “Assolutamente impossibile con mezzi leali -by fair means.

Questi era Mummery, un vero gentiluomo, una persona che anteponeva il piacere della scalata alle fatiche e alla retorica eroico-ridondante dell’alpinismo tedesco e austriaco.

Dopo le salite sul Monte Bianco e sulle Alpi in genere, rivolge il suo interesse altrove prima di ogni altro, nel Caucaso fino al lontano Nanga Parbat, sul quale troverà la morte in un prematuro tentativo a quella che diventerà la montagna per eccellenza dei tedeschi.

Il 24 agosto 1895 Mummery e due portatori gurka sono avvistati ad una quota intorno ai seimila metri, poi di loro non si è saputo più nulla.

Scompare così la figura più rappresentativa dell’alpinismo dell’ottocento.

Tornando ai Grandes Charmoz, il 15 luglio 1880 Mummery, Venetz e il gigantesco Burgener risalgono il ghiacciaio dei Nantillons, sicuramente all’epoca le condizioni erano migliori, abbordano le facili rocce del canale che divide i Charmoz dal Grépon e cominciano a risalirlo, poi si spostano verso sinistra, dove la parete si raddrizza improvvisamente, Burgener scala un profondo camino dal fondo ghiacciato (camino Burgener), proseguono superando difficoltà continue di quarto grado fino a raggiungere la Breche3421 m., proseguono la traversata della cresta sommitale, con tanto di lanci di corda, fino alla punta 3435 m.

Qui si fermano, la vetta è stata raggiunta, da questo punto di osservazione a Mummery non sfugge la cresta nord del Grépon che gli sta proprio di fronte, ne legge i punti deboli, interpreta ogni piega della roccia e disegna con la mente una via di salita.

Scende dai Charmoz con il convincimento di aver trovato la chiave di volta che gli consentirà di salire finalmente sull’inespugnabile Grépon.

Il 5 agosto dell’anno seguente (1881) la “solita” collaudata formazione: Mummery, Venetz e Burgener  risale il già noto ghiacciaio dei Nantillons, sopra di loro incombe la massa possente del Grépon.

Contro il cielo appena rischiarato dalle prime luci del giorno si staglia la cresta sommitale dalle geometrie nette e regolari.

E’ un momento magico per l’alpinismo, viene tracciata la via più difficile di tutto il massiccio; Mummery supera una rude fessura di 16 m ancor oggi data come IV superiore… da prendere con le pinze.

Lily Bristow, "La fessura Mummery", 1893. Con l'incastro della gamba destra, Mummery sta superando la sua celebre fessura e Lily Bristow scatta dal Portail  du Charmoz questa immagine, esemplare tanto per la storia che racconta, quanto per l'esatta identificazione del passaggio (A.F. Mummery, “Mes escalades dans les Alpes et le Caucase”, L. Laveur, Paris 1903)

Lily Bristow, “La fessura Mummery”, 1893.
Con l’incastro della gamba destra, Mummery sta superando la sua celebre fessura e Lily Bristow scatta dal Portail du Charmoz questa immagine, esemplare tanto per la storia che racconta, quanto per l’esatta identificazione del passaggio. (A.F. Mummery, “Mes escalades dans les Alpes et le Caucase”, L. Laveur, Paris 1903)

Quello che segue, una  volta arrivati sulla cresta sommitale, è una fantastica traversata dal puro stile granitico in bilico tra il versante Mer de Glace e il versante Nantillons.

Niente di simile era mai stato affrontato in tutto il Massiccio, un susseguirsi di gendarmi e di passaggi diventati parte della storia dell’alpinismo: il trou du canon, la vire a biciclette, il Rateau de Chèvre, la Boite aux Letters  e infine, proprio alla cima sud, altri non è che il gendarme più alto della cresta, Venetz supera la difficile fessura che porta il suo nome: la Fissure Venetz.

Per farlo si toglie scarponi ferrati e calzettoni, quindi con l’agilità di un gatto si contorce nella fessura superandola in pochi istanti a piedi nudi.

Venetz è un minuscolo ometto, addirittura esile, ma dotato di un’agilità notevole e   un’innata tecnica che gli consentono di sopperire alla relativa mancanza di forza, tant’è  che  Mummery lo appella come: “Il mio piccolo amico acrobata”.

Arrivati in cima al gendarme Mummery stappa una bottiglia di champagne, compiendo un gesto “dissacratore” che la dice lunga sul suo modo di interpretare l’alpinismo.

La piatta vetta ospita tre massi squadrati che sembrano lì apposta per fungere da poltrone, Burgener in piedi sul masso più alto brandisce la piccozza mettendosi nella giusta posa che si addice ad una guida.

Nel corso degli anni il tracciato originale della salita al Grépon, come ai Charmoz, differisce in alcuni tratti da quello originale.

Così come l’odierno tracciato della traversata completa delle due montagne segue quelle piccole varianti che l’esperienza ha fatto adottare, in qualche caso queste varianti semplificano le cose.

La fessura Venetz raramente viene salita, a questa si preferisce la più facile (ma non meno bella) fessura a zeta, così come si evita un tratto verglassato che conduce nei pressi della fessura Mummery grazie ad un diedro scoperto nel corso della quarta ascensione.

Questa traversata rimane comunque un capolavoro d’intelligenza e d’intuito, dove Mummery seppe trovare il passaggio più facile in un dedalo di difficoltà, creando una linea tra le più prestigiose ed eleganti dell’intero arco alpino.

Un’ultima cosa: non venne usato nemmeno un chiodo e non avevano un solo moschettone.

Testo di Davide Scaricabarozzi
Altri articoli dell’autore in Alpine Sketches:
Brenva I
Brenva II

Alpine Sketches © 2013

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