Basso Ghiaione

di Andrea Gobetti 

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Il Ghiaia dal De Bestiarium Naturis di Andrea Carlo Pedrazzini
http://debestiarumnaturisn.wordpress.com/

Albert Camus diceva che, apparendo la vita brevissima, un modo sicuro di allungarla fosse quello di ascoltare lunghe conferenze in una lingua che non si conosce, viaggiare in piedi su treni affollati, lungo le linee ferroviarie dalle coincidenze più scomode…

Silvio Saglio, nella sua Guida ai Monti d’Italia, diceva invece di «obliquare a sinistra e risalire un erto brecciaio, guadagnando la vetta per faticosi macereti».

Il ghiaione, che passione, ma in fondo è tutto rock’n’roll.

Tanti anni fa un bambino stava arrancando dietro il passo sicuro di suo papà che risaliva un canalone tra due alte montagne. Il terreno era formato da un ghiaione altissimo, un ghiaione di quelli che non finiscono mai, su cui le albe diventano mattini e i mattini mezzogiorni prima che accada altro che faticare e, di tanto in tanto, mangiare uno zuccherino.

Ora salivano in silenzio, prima il bambino aveva parlato troppo chiedendo «a che punto siamo?» e «quanto manca?» sino ad esaurire il fiato suo e la pazienza di suo padre, un famigerato non fumatore dal passo temibile. Ora dunque salivano in silenzio, condizione necessaria per ascoltare le storie narrate al vento dal Viandante del Canalone, lo spirito che abitava quel luogo fra le montagne.

Camminavo come un criceto su per la ghiaia, anzi, il ghiaione.  «Sara maschio o femmina questo mucchio di pietre, questa coperta di sassi che mi scivola sotto i piedi come la ruota sotto le zampe d’un criceto in gabbia?» mi domandavo intirizzito dalla promessa di grande fatica che mormorava Basso Ghiaione con la sua voce franante e calpestata.

Ascoltavo lo scricchiolio, il friggere di pietre, pietrine e pietrone schiacciate, vedevo azzurre scintille elettriche baluginare attorno alle suole dei miei scarponi ferrati, cercavo di percepire cosa confabulavano tante pietre. Si lamentavano? Maledicevano?

Salire quel ghiaione mobile che ogni tre passi ti riportava indietro, scivolando, di due e mezzo, sembrava veramente una maledizione oppure lo svolgersi d’una perfetta carriera sociale, tant’era lungo e faticoso il tappeto di pietre franate che mi separava dalla mia meta sul colle.

In quella galassia disordinata di sassi e macigni si distinguevano però tre rocce giganti dalle forme speciali e, considerando che dividevano il mio immediato futuro in tre tappe di salita quasi uguali, le elessi a pietre miliari del mio sforzo.

Battezzai la più vicina Roccia del Capufficio, perché assomigliava ad un duodeno ulcerato, la mediana Banco del Primario, (sembrava un tavolo da autopsia occupato) ed infine il Macigno del Boss, una gran faccia suina in pietra che divideva il canale della fatica dall’odore della vetta.

Questa era posta al confine tra i sassi scivolati via da lassù, come Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, e le costellazioni di cristalli ghiacciati che risplendevano al primo sole sull’alto nevaio.

Con davanti agli occhi Paradiso e Purgatorio e le gambe ancora a Basso Ghiaione, pestavo i sassi rotolati sino al fondo, le pietre grossolane ed infide che potevano rotolarmi di sotto i piedi, le lastre micidiali che desideravano azzannarmi le caviglie, i trabocchetti rubafatica che mi facevano scivolare in basso.

Erano tutti grigi e fetevano, come ogni geologo sa che puzza il calcare.

Era difficile come ai tempi dell’università distinguere gli appoggi domati da quelli decisi a spezzare ogni tua aspirazione ad arrivare in alto, come lo avessero saputo, che volevo salire solo per poter buttar giù, fino a Basso Ghiaione, altre pietre come loro.  «E tu sali, maledetto – ringhiavano sotto i miei scarponi – e, ad ogni passo, noi scendiamo di più». Raddoppiai l’attenzione a tutti i movimenti, delle gambe e delle pietre.

Son come cani cattivi i pezzi di roccia rotolati sino in fondo, se si accorgono che hai paura, ti mordono le ginocchia e la schiena.

Basso Ghiaione é la faccia spietata della giungla di pietra. Gli arrivisti puniti, carichi d’odio e d’invidia. Son gli innumerevoli allievi della scuola per pietre di vetta che han sperato un giorno di poter essere fotografati sotto il piede di Reinhold Messner e per tanta superbia sono stati disarcionati, sbalzati, precipitati in basso perché lassù c’era troppo cielo, troppo vento, troppo ghiaccio e troppo sole per la loro testa di pietra.

Ma non han dimenticato orgoglio e violenza passati, si vendicano arpionando, spezzando, minacciando le ossa di chi vuoi salire, mugolando in coro «mal comune, mezzo gaudio». I loro martiri sono quegli appigli che si son sacrificati, han rinunciato a una posizione più elevata pur di far precipitare un uomo, un camoscio, una marmotta.

Non odiano l’uomo, odiano tutto ciò che può salire. E il peggiore di tutti é sepolto nel cuore di Basso Ghiaione, inutile ve lo ripeta, già sapete che uno dei suoi nomi è Lucifero.

Un altro era Picco Burundùm, la montagna che si era levata tanto alta sulla terra che il Sole non poteva più scavalcarla e ci andava a sbattere contro ogni sera, rimbalzando indietro. Metà del mondo era perennemente al buio.

Burundùm rideva a crepafaglie (il crepapelle dei montagnoni maleducati), aveva capito la lezione della spada fiammeggiante e se ne era premunito con arte infernale, diventando inattaccabile al fuoco.

Dopo un po’ di tempo passato a sbattere e rimbalzare indietro il Sole però si inferocì. Amava la Notte, gli piaceva inseguirla ed esserne inseguito, Burundùm glielo impediva.

Chiamò Gabriele, il castigamatti, e Gabriele venne.

Col fuoco non poteva far nulla a Burundùm, ma non si diventa lo splendido buttafuori del Paradiso se si conosce un colpo soltanto.

Scese in terra e camminò attorno a Burundùm e alla foresta dei picchi burundundini, raggiungendo così le terre del buio perpetuo. Li ascoltò piangere la Notte, soffriva credendo che il Sole più non l’amasse. Gabriele ne raccolse le lacrime divenute fiumi di ghiaccio. Gabriele li guidò.

Cavalcando le spade di ghiaccio lucenti al brillare delle stelle, piombò non visto in groppa a Burundùm. Quando senti i candidi denti dei ghiacciai azzannarlo, la risata morì in gola a Burundùm. Dicono che fosse molto più cattivo della Nord dell’Eiger, comunque ne prese un sacco e una sporta. Lui e tutti i suoi burundundini. Bastonati, pigiati, compressi, crepati, sfasciati, travolti, franati, martellati, precipitati, triturati e sepolti dalle gelide lacrime della Notte.

Di loro non rimaneva altro che un ghiaione per far dannare chi vuoi scalare il cielo con i piedi. «Sei ghiaione o ghiaiona» chiesi ad alta voce, da sempre interessato al sesso dei diavoli. «Sono a pezzi» rispose una voce tragicamente senza speranze.

disegno Andrea Carlo Pedrazzini
http://debestiarumnaturisn.wordpress.com/

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