In due sulla Torre Egger

di Giuliano Giongo

Pubblicato in Scandere, annuario alpinistico della sezione di Torino del CAI, nel maggio del 1981, questo è il racconto di una grande avventura. Riporta all’essenza delle lunghe attese patagoniche, alla condivisione degli sforzi, dei piccoli successi e delle delusioni, ad uno spirito che dev’essere pienamente compreso per capire chi come Giuliano Giongo e Bruno De Donà ha passato quattro mesi su quella montagna, spingendosi sui tentativi degli inglesi della spedizione Boysen, di americani e neozelandesi, dei trentini della val di Fassa,  condividendo il campo e le grotte di ghiaccio con il meglio dell’alpinismo di quell’epoca. Naturalmente finendo il cibo molto tempo prima del ritorno, costretti a cibarsi di padellate di funghi sospetti e salvati dall’immancabile pacco dono di Cesarino Fava. E quando anche tutti gli altri se ne erano già andati hanno soccorso Bill Denz, dedicando al suo caro amico Phil Herron addirittura il nome di una cima inesplorata. Di chi derubato e senza denaro, dopo aver venduto quello che restava del materiale è  riuscito a tornare attraversando la pampa in autostop. Un’avventura che ha tutti i requisiti per sentirsi e far sentire liberi e puliti … finchè nel 2005 Tomas Huber (ri)calpesta il colle tra la Egger e la punta Herron. Ma questa è un’altra storia.
Stefano Lovison

In due sulla Torre Egger
di Giuliano Giongo

Al campo base c’è molta tensione. Gli alpinisti vivono con il barometro in mano sperando in quelle poche giornate di bel tempo che non arrivano mai. Poi qualcuno parte, un giorno di marcia, un giorno in parete, la solita tempesta ed il ritorno a valle. Noi quest’anno vogliamo provare ad eliminare il campo base per cercare di vivere il più possibile nella grotta di ghiaccio all’attacco della parete. Saremo completamente isolati. Abbiamo curato particolarmente il nostro equipaggiamento: centotrenta chilogrammi in tutto comprese corde, attrezzature e viveri per tre mesi. Ci affidiamo completamente ad una dieta a base di disidratati integrata solo da zucchero, tè, latte in polvere e qualche chilogrammo di avena. Solo così possiamo limitare notevolmente anche il peso del combustibile.Dato che nessuna tenda, nemmeno la più robusta, resisterebbe al vento e al peso della neve che nei lunghi periodi di brutto accumula spessori di diversi metri, abbiamo scavato per due giorni una grotta nel ghiaccio sotto la crepaccia terminale alla base della parete e vi abbiamo ricavato un posto relativamente confortevole. Dopo un breve tunnel d’ingresso, disponiamo di un vano abbastanza grande per dormirci e abbastanza alto per starci in piedi. Ancora una piccola nicchia scavata nel ghiaccio con un ripiano sui quale porre viveri e fornello. Una corda parte dall’interno della grotta e va ad ancorarsi sulla parete di roccia quaranta metri sopra di noi, altrimenti, dopo ogni nostra assenza, non sapremo dove incominciare a scavare per liberare l’ingresso dalla neve che di giorno in giorno tappa e livella tutto. Senza questi essenziali accorgimenti, perderemo definitivamente e senza speranza la nostra casa e il nostro equipaggiamento.

Finalmente il 23 gennaio iniziamo i tentativi. E ancora notte quando attacchiamo la parete sopra l’igloo. Un silenzio assoluto, insolito, regna nella valle del Torre. Ogni tanto il rumore di una pietra che smossa dai nostri piedi, rimbalza di roccia in roccia nell’aria gelida della notte e cade nel buio sottostante.

Quando raggiungiamo il diedro, la punta infuocata del Fitz Roy, al di là della valle, fa nascere il giorno e dà inizio ad una esplosione di luci e di colori. Il sole comincia a riscaldarci ed arrampicare in spaccata in questo enorme diedro di granito ci dà una gioia immensa, indescrivibile!

La gioia non dura molto. Sottili nuvole striate dal vento passano sopra i ghiacci luccicanti del Piergiorgio e si allungano nel cielo del Fitz Roy mentre la valle comincia a tremare per le valanghe che, smosse dal vento, si staccano dalla sua parete ovest, forse la più alta parete di roccia del mondo. Ormai il tempo si è definitivamente guastato. Lasciamo una parte del nostro carico appeso ad un chiodo e scendiamo nella bufera i trecento metri che ci separano dal ghiacciaio. Abbiamo le punte delle dita spaccate dalla roccia ed imprechiamo dal dolore. Malgrado questo granito non sia così tagliente come quello che avevamo trovato sulla Ovest del Fitz Roy, rimpiango il pulito e compatto protogino del Pilone Centrale del Monte Bianco.

Siamo di nuovo nell’igloo umido e freddo, e stiamo cercando di abituare i nostri corpi ai sacchi a piuma bagnati. Dopo qualche giorno, tutto è bagnato. La condensa e l’assoluta mancanza di aereazione in questa nostra casa di ghiaccio, non ci permettono di asciugare le nostre cose. E non possiamo certo perdere le rarissime giornate di bel tempo per questa operazione.

Un insolito rumore di tuoni viene da levante. Sono dubbioso poiché specialmente nella valle del Torre gli stessi rumori sono provocati dalle raffiche del vento e dalle valanghe quando cadono da pareti verticali. Successivamente avrò conferma dall’Ing. Rottenberg di Rio Gallegos che per la prima volta sono stati registrati dei temporali, normalmente sconosciuti in Patagonia. Penso all’amico Gino Buscaini che in Italia mi aveva interrogato proprio su questo fenomeno. Qualche giorno dopo il tempo sembra promettere bene e ripartiamo. Saliamo in parete separatamente ognuno per proprio conto. Bruno ha fretta di arrivare al punto massimo raggiunto la volta scorsa per iniziare a superare lo strapiombo che ci porterà al nevaio pensile. Sale veloce nella notte con la lampada frontale su difficoltà di quinto grado superiore, mentre ancora io sto finendo di sistemare la corda di riferimento che esce dall’igloo. Quando lo raggiungo, trecento metri più in alto, Bruno penzola appeso alla corda sopra un vuoto pauroso e sta rinvenendo dopo una caduta di oltre quindici metri. Dopo aver ripreso conoscenza mi racconta cos’era successo. Aveva raggiunto il materiale lasciato appeso alla parete qualche giorno fa, si era poi legato e da solo in autoassicurazione stava superando lo strapiombo sovrastante quando è scivolato sul verglas e poi probabilmente ha sbattuto la testa e non si ricorda più niente. Sono usciti tre chiodi ed un «nut a camme» che aveva appena fissato per sicurezza ed è rimasto appeso ad un vecchio chiodo semitubolare Cassin che proprio lui stesso aveva fissato lo scorso anno in uno dei tanti nostri tentativi. Bruno sottovaluta l’episodio, per cui, dopo esserci finalmente legati ad una corda, continuiamo ancora a salire superando la parete strapiombante sopra di noi e la traversata della cascata, difficile e insidiosa.

Sul bordo superiore del ghiacciaio pensile stiamo cercando di far funzionare il fornello a gas per scaldare un po’ di tè, dato che siamo completamente fradici e tutti i nostri muscoli sussultano per il freddo. Anche lo scorso anno, ogni volta che siamo passati di qui ne siamo usciti bagnati. Di notte la cascata si trasforma in una crosta strapiombante di ghiaccio e le vecchie corde fisse, ormai a brandelli, lasciate da chi ha tentato fino ad ora, sono inutilizzabili.

E una gran brutta sensazione stare qui, in queste condizioni, con sotto un vuoto di quasi cinquecento metri. Ogni tanto dal bordo del seracco, che ha uno spessore di cento metri, si stacca una fetta ed allora un boato spaventoso fa tremare tutto sotto i nostri piedi.

Bruno sta male e ben presto mi rendo conto della gravità dell’accaduto, per cui decidiamo di scendere. Raggiungiamo l’igloo e dopo un periodo di assoluto riposo durante il quale Bruno accusa costantemente mal di capo e vomito, in due giorni di marcia scendiamo fino al rifugio di Parque Nacional. Dopo dieci giorni si è ripreso completamente.

Ancora un periodo di ozio trascorso mangiando «calafate» o bevendo «mate» assieme al gaucho dell’Estancia Fitz Roy, dopo il quale decidiamo di risalire all’igloo.

Altri tentativi, altre rinunce quando finalmente riusciamo a raggiungere il punto massimo toccato lo scorso anno e a superare la barriera strapiombante sulla linea tentata cinque anni fa dalla forte spedizione inglese di Martin Boysen e Don Whillans. Poi di nuovo il brutto tempo ed un ritorno disperato. Scendiamo di un centinaio di metri e poi siamo costretti a fermarci. Tentiamo di togliere dallo zaino il materiale da bivacco ma è impossibile, poiché i turbini di neve sono di una violenza tale da impedirci anche la più piccola operazione e lo zaino, appena aperto, è già pieno zeppo di polvere di neve. Non riusciamo nemmeno ad indossare la giacca duvet ed allora ci rassegnamo a stare, così come siamo, sospesi ad un chiodo con il baudrier che ci taglia le gambe. Ricordo nel ‘77, quando durante un bivacco sulla ovest del Fitz Roy al nostro compagno Jerry una raffica di vento strappò di dosso il duvet che aveva aperto per un momento. Un altro bivacco insonne come tanti passati in Patagonia. Siamo ad un paio di metri l’uno dall’altro ma, anche gridando, non riusciamo a sentirci. Una continua valanga di neve ci salda alla parete fino a farci diventare un corpo unico con essa. Poi il vento, fortissimo, che con raffiche improvvise e metalliche non ci lascia un attimo di tregua. Usiamo dei sonniferi; ciononostante la notte mi sembra incredibilmente lunga. Penso allo scorso anno, quando, più o meno in questo punto, al nostro sesto tentativo avevamo definitivamente rinunciato. Perché? Allora, per proseguire, avremmo dovuto scegliere fra tre diverse soluzioni. La più facile, benché la più pericolosa, era quella di salire per il colatoio centrale sulla linea che aveva respinto inglesi e americani proprio dove uno di loro era stato ferito da una scarica. Qualcuno aveva scritto che la loro rinuncia era dovuta agli “enormi pericoli oggettivi», dato che il fungo di ghiaccio della cima e dell’anticima durante le ore meno fredde scarica proprio in quel punto blocchi grandi talvolta come una stanza. La seconda possibilità, più a destra, era data

da un grande strapiombo fessurato alla cui uscita ci si trovava a lottare contro un’altra cascata d’acqua e di neve oppure, nella migliore delle ipotesi, passando di notte o col freddo, con grandi candelotti di ghiaccio che rendevano problematico il congiungimento con la fessura sovrastante, anche per la difficoltà di mettersi i ramponi appesi alle staffe ed in condizioni sfavorevoli. La terza ed unica sicura possibilità d’uscita era su un’ enorme placca di granito durissimo completamente liscia e verticale che aggirava i punti di scarico, ma era da chiodare completamente a pressione. Sarebbero occorsi forse una settantina di chiodi a pressione che volutamente non avevamo portato. Decisamente troppi per giustificare una vittoria! L’anno scorso avevamo scartato a priori la prima soluzione quella del colatoio centrale e cioè la più vulnerabile, proprio per gli eccessivi pericoli. Ora invece avevamo superato la parete proprio in quel punto e poi, a pochi metri dalla forcella dell’anticima, avevamo ripiegato forzati dal maltempo.

Mentre aspettiamo il mattino, mi chiedo anche se ha un senso essere qui senza mezzi, senza uomini d’appoggio, senza corde fisse né radio, dove molte altre spedizioni più forti di noi non erano riuscite: gli otto inglesi della spedizione Boysen, gli americani, undici neozelandesi, poi ancora inglesi ed infine la numerosa spedizione della Val di Fassa con diciannove alpinisti. Tutti avevano attrezzato la parete con corde fisse fino al punto massimo da loro raggiunto.

Quando da noi, sulle Alpi, qualcuno si azzarda ad attrezzare una parete prima di salirla come hanno fatto ad esempio gli spagnoli alla nord della Lavaredo, viene criticato aspramente e senza pietà e la sua salita viene svalutata; mentre invece, chissà perché, anche forti alpinisti, quando sono a dieci o ventimila chilometri lontani da casa, si ritengono autorizzati ad usare tutti i mezzi possibili ed immaginabili anche su montagne facili.

Solo che per loro non ci sono critiche. In questo modo sono state fatte le più importanti salite in Patagonia: il Cerro Torre da sud est e da ovest, la Torre Egger dal Colle della Conquista, il Fitz Roy per le pareti sud, est, e per il Pilastro nord est. Ben altra cosa è stata l’impresa di Maestri e Egger nel 1958.

Personalmente penso che ognuno in montagna può usare i mezzi che vuole ma dato che oggi, con il sistema delle corde fisse, con i collegamenti radio ed un ricambio di uomini in parete, una spedizione non troverebbe forse l’impossibile nemmeno cercandolo su tutte le montagne della terra, mi sembra che solo agire in stile alpino abbia ancora valore alpinistico. Se invece di questo non ci importa, ma vogliamo fare un altro tipo di esperienze, allora anche i mezzi per farci arrivare in cima a tutti i costi possono essere leciti; però mi sembra che a questo punto non abbia più senso mirare alle cime. L’anno scorso ho ammirato la ripetizione di Jim Bridwell e Steve Brewer sulla via di Maestri allo spigolo del Torre e ne sono stato anche testimone oculare. L’ho ammirata per lo spirito con il quale questa salita è stata affrontata. Gli otto chiodi a pressione che hanno dovuto piantare per uscire dalla parete verticale sopra il compressore di Maestri non sono sufficienti a pregiudicare il mio rispetto per Bridwell. Di lui invece meno mi è piaciuto quanto mi ha detto e quanto ha scritto sulla relazione ufficiale depositata all’Ufficio del Parque Nacional di Buenos Aires, secondo la quale Maestri non avrebbe fatto l’ultima parete di roccia verticale e si sarebbe fermato, così dice testualmente, a cento metri dalla cima. Avevo cercato di spiegare a Bridwell che le incrostazioni di ghiaccio che fanno da cappello al Cerro Torre possono cambiare di anno in anno ed il fatto che i chiodi non continuassero fino in cima non è elemento sufficiente per dubitare della salita di Maestri.

Anche la ripetizione degli americani sulla ovest del Torre credo sia stata una bella salita.

Ad esempio il tentativo invernale degli inglesi alla Nord del Sassolungo è stata probabilmente una delle più grandi imprese della storia dell’alpinismo per lo stato in cui hanno trovato la parete e per le condizioni atmosferiche avverse. Eppure non ce l’hanno fatta. La salita dell’inverno successivo, certamente, non è stata dello stesso valore.

Finalmente è mattino! Con i gomiti ci liberiamo del ghiaccio attorno a noi e ci scrolliamo di dosso la neve per iniziare una lunga interminabili discesa.

Siamo di nuovo davanti all’igloo a scavare nella bufera per cercare di individuare il tunnel d’entrata, completamente sommerso dalla neve.

Per otto giorni consecutivi rimaniamo bloccati dal maltempo e le scariche di neve che cadono dall’alto della parete con un balzo di mille metri stanno deformando questo estremo lembo di ghiacciaio. Nel giro di ventiquattr’ore ci troviamo a dormire a testa in giù con un igloo capovolto a metà, il cui «piano letto» si è inclinato di venti o trenta gradi. Al di là dei nostri piedi si è aperto un crepaccio attraverso il quale entra finalmente un po’ d’aria. Spalare la neve per mantenere il collegamento con l’esterno, oltre ad essere una necessità vitale, è anche l’unica alternativa a questa lunga e massacrante monotonia. Qualche volta ci guardiamo in faccia e ci diciamo delle cretinate e poi ci infiliamo nuovamente nel sacco per rimanerci magari anche cinquanta ore consecutive.

I discorsi diventano sempre più assurdi. I viveri cominciano a scarseggiare ed arriviamo al punto da simulare vere mangiate e voluttuose fumate. Le poche cose che abbiamo da leggere non servono a nulla poiché all’interno è quasi completamente buio anche di giorno. Il tunnel d’ingresso dal quale dovrebbe entrare la luce era lungo all’inizio due metri ma ora, a causa della neve caduta, ha raggiunto i dodici metri. Quando nel libro di Maestri leggevo di nevicate di dieci o quindici metri sul ghiacciaio del Torre, confesso che non ci credevo. Per la verità si tratta di neve portata dal vento che arriva dal Piergiorgio e dalle pareti sopra di noi, ma si sa che in Patagonia nevica sempre nel senso orizzontale. Per di più un fenomeno di microclima investe costantemente il gruppo del Cerro Torre.

Comunque sia, più si accumula neve sopra di noi, più diventa buio. Non ha senso usare luce artificiale dato che una candela non dura più di un paio d’ore e altrettanto una batteria per la lampada frontale.

Avremmo potuto portare molte candele o batterie, e quante cose altrettanto importanti? Anche un bel piatto di spaghetti sarebbe importante come alternativa a questi disidratati che ormai ci stanno letteralmente rivoltando lo stomaco, oppure sacchi a piume, giacche di ricambio, altre corde, una radio; ma allora, probabilmente, questa spedizione non si sarebbe potuta fare.

Uscire non è possibile perché è un inferno, e non è possibile nemmeno restare in piedi davanti all’ingresso per l’estremo pericolo delle valanghe che ci trascinerebbero fino al pianoro che sta cento metri sotto di noi come ci è già successo. L’igloo che avevamo costruito nel dicembre del ‘77 al passo Superiore, quando avevamo scalato il Fitz Roy, era in posizione ideale e non aveva questi inconvenienti poiché stava a ridosso del passo, protetto dalla neve di riporto, ma senza possibilità di eccessivo accumulo. Ora, su questo ghiacciaio, abbiamo cercato dappertutto un posto migliore senza successo ed anche tutte le altre spedizioni che avevano fatto l’igloo in posti vicini, avevano avuto gli stessi nostri problemi o, addirittura, avevano perso oltre alla «casa» anche l’equipaggiamento per valori di migliaia di dollari; ciò è successo a Bridwell l’anno scorso o allo stesso Don Peterson, malgrado avesse fatto un esemplare collegamento con corde di riferimento strappate poi alla roccia dalle valanghe. Avevano scavato poi per giorni provando anche con sonde, ma l’eccessivo spessore della neve rendeva inutile qualsiasi altra ricerca.

Alcuni giorni dopo Bill Denz cade dalla parete della spalla sotto lo spigolo del Torre e vola per 250 metri fino sul ghiacciaio mentre, stremato, ritornava da uno dei suoi tanti tentativi alla via di Maestri. Per fortuna l’incidente non ha avuto conseguenze gravi ma la spalla, probabilmente lussata, gli si è gonfiata a dismisura. Tom Bauman, che per puro caso ha visto l’incidente ed è corso in aiuto, viene a chiederci dei medicinali. Purtroppo non ne abbiamo dato che dall’Italia avevamo portato solo delle aspirine e sonniferi da usare nei bivacchi, quando il vento è molto forte e magari per trenta o quaranta ore di seguito non ci si può muovere.

Scendiamo ai campo base. Francesi, tedeschi, americani ed il norvegese rinunciano al Torre ed abbandonano la valle. Anche Don Peterson e Tom Bauman, dopo aver completamente attrezzato con corde fisse fino poco sotto il Col della Conquista, rinunciano ed iniziano a disattrezzare la parete.

I tedeschi hanno sincere parole di ammirazione per Maestri e la sua via sullo spigolo dalla quale sono reduci, qualsiasi siano i mezzi da lui usati. Reinhard Karl, uno dei migliori alpinisti tedeschi del momento, scalatore del Gasherbrum Il e dell’Everest, nel suo articolo su «Alpinismus» intitolato «Cerro Torre: ritirata dalla montagna più difficile del mondo», scriverà queste parole che ho tradotto letteralmente: «…Dopo i chiodi a pressione, ora ci arrampichiamo su per canali di ghiaccio terribilmente ripidi. Da sopra veniamo colpiti da raffiche di vento e di neve come cascate. Assomigliamo ad arrampicanti pupazzi di neve che tentano di nuotare su per una cascata che spruzza violentemente non acqua ma ghiaccio… » ed ancora, riferendosi al pericoloso tragitto tra la base del Cerro Torre-Torre Egger ed il campo nel bosco: «…Di notte il diavolo mette in moto una doccia dalla forza di quella di un tunnel di lavaggio per automobili. La nostra tenda, garantita impermeabile, si arrende. Tutto annega. Martin fa il morto ed io bestemmio. E la prima volta che parliamo di sconfitta. Fuga a valle. Sul ghiacciaio raffiche di vento e pioggia ci buttano semplicemente a terra. Carponi ci attacchiamo al ghiaccio per non essere spazzati nei crepacci. Tu Satana, tu sporca montagna, non ci spazzerai via, aspetta, ritorneremo!, grido con rabbia mentre mi ritrovo bocconi disteso sul ghiaccio… » Ma per tutti questi disagi, quando finalmente il cielo si apre, veniamo ampiamente ripagati dallo spettacolo più bello del mondo. Nessuno può immaginare cosa significa vedere il gruppo del Cerro Torre in un giorno sereno alla luce del primo sole!

Pure i giapponesi recuperano le loro corde dalla Torre Standhardt e se ne vanno.

Ora la valle è completamente deserta. Oltre a noi è rimasto solo Bill Denz convalescente.

Un giorno un’amara sorpresa ci aspetta al campo base: qualcuno è entrato nella nostra tenda, ha tranciato il lucchetto del saccone e ci ha derubati di varie cose essenziali. Tra le più importanti ci mancano la giacca di piuma e dei viveri d’alta quota. Anche a Bill è toccata la stessa cosa.

I nostri viveri erano già quasi finiti ed al campo base c’era rimasto poco ma ora non abbiamo nemmeno quei poco. Ne abbiamo ancora una piccola scorta in alto sulla parete e all’igloo ma sono la nostra indispensabile autonomia per quando il tempo migliorerà e potremo finalmente salire. Non ci spaventiamo. Dai girovaghi americani abbiamo imparare a vivere del bosco cosicché anche noi «proviamo» con dei piccoli assaggi: funghi dai colori vivacissimi e di specie a noi completamente sconosciute diventeranno il nostro pasto principale. All’inizio proviamo a mangiarne uno a testa e, se il giorno successivo non accusiamo sintomi particolari, aumentiamo la dose fino a farne delle intere padelle. C’erano anche delle bacche simili ai nostri mirtilli, ma ormai la stagione è passata e non se ne trovano più. Ne scopriamo un altro tipo, molto più piccolo e dal gusto non proprio buono, che ormai sta diventando parte integrante della nostra dieta a base di funghi.

In linea di massima siamo soddisfatti e vediamo che, dopo esserci tolta in questo modo la fame più grossa, a distanza di giorni la nostra dieta non sembra farci deperire. Anzi ci sentiamo in perfetta forma.

Questo è forse il periodo più bello dei quattro mesi passati in Sudamerica. E il periodo delle lunghe, interminabili serate passate davanti al fuoco, dei bagni nei torrenti ghiacciati ed è anche il periodo

in cui tra un ozio piacevole ed un ardente bisogno d’azione siamo definitivamente maturati e ci siamo arricchiti di quel «qualcosa» che ancora ci mancava per portare a termine la nostra impresa.

Il tempo continua ad essere brutto e le tempeste di neve raggiungono perfino il campo base tra i boschi. La nostra dieta a lungo andare comincia ad essere carente i ed il nostro organismo accusa la mancanza dei carboidrati: ormai siamo ridotti alla fame. Scendiamo a valle e dal Guardaparco troviamo un pacco di viveri che Cesare Fava ci ha mandato da Buenos Aires, tramite il geologo Spikermann.

Quasi non ci vogliamo credere. E’ una grande festa ed anche la fame fa presto a passare. Dopo pochi giorni ci sembra strano di essere stati ridotti in quelle condizioni!

Finalmente, inaspettata, è giunta l’ora di risalire. Siamo di nuovo al campo base ed il barometro promette bene.

Attacchiamo il 13 marzo con bellissimo tempo ed andiamo a bivaccare prima della fascia di rocce strapiombanti, al di sotto della forcella. Le condizioni meteorologiche peggiorano. Invece di scendere come avevamo fatto le altre volte, aspettiamo in parete.

La notte tra il 14 e il 15 marzo il tempo migliora. Attacchiamo di notte con le lampade frontali, risaliamo la corda fissa messa sul tratto più difficile al settimo tentativo e giungiamo ai canali ghiacciati che portano alla forcella.

Cerchiamo inutilmente i pochi chiodi infissi la volta scorsa che ora sono coperti dal ghiaccio. Ciononostante arriviamo rapidamente alla forcella.

Il ghiaccio diventa ripidissimo. Sulla piastra di granito sotto il fungo di ghiaccio piantiamo tre chiodi a pressione uno vicino all’altro, che lasciamo quale prova inconfutabile del nostro passaggio. Il tempo si è già guastato, anzi nella fretta con cui procediamo quasi non ci siamo accorti che già da un po’ stiamo arrampicando nel nevischio. Non vogliamo rinunciare dato che la cima è vicinissima e ormai, quest’anno, è l’ottava volta che saliamo in parete. L’estate australe è praticamente finita.

Sul fungo di ghiaccio finale, a 50 metri dalla vetta, le nostre piccozze Camp causano due incidenti che mettono in pericolo la nostra vita e rischiano di far fallire l’impresa. L’anello passamano della piccozza di Bruno si sfila dal manico mentre è in trazione su un tratto di

ghiaccio verticale. Bruno vola, ma fortunatamente riesce a rimanere aggrappato sull’orlo di un terrazzino cinque metri più in basso, con sotto un vuoto di oltre mille metri. Fortuna, perché, se non ci fosse stata la minuscola cengia e quindi la corda fosse andata in trazione, saremmo sicuramente caduti tutti e due dato che la sicurezza era precaria, a causa della scarsità di materiale e per le particolari condizioni del ghiaccio poroso e inconsistente.

Ora Bruno si trova con l’anello passa-mano ma senza la piccozza, che è rimasta conficcata cinque metri sopra di lui. Con incredibili acrobazie, usufruendo del solo martello da ghiaccio, si toglie da quell’incomoda posizione e riesce à guadagnare il terreno perduto e quindi la piccozza!

Pochi metri sotto la vetta, dalla mia piccozza si svita il puntale (che va perso), altro inconveniente che rende più difficili le nostre assicurazioni ai punti di sosta.

Alle prime ore del pomeriggio, in condizioni proibitive raggiungiamo la cima. Alcune fotografie con Bruno che impreca perché ha fretta di scendere (con ragione!) e poi il problema della discesa. Non ci è rimasto il tempo per le emozioni!

Al primo chiodo da doppia, un tubo di 80 cm conficcato in cima al fungo di ghiaccio, annodiamo un paio di copripantaloni di nylon.

Poi giù verso la forcella. I chiodi da ghiaccio sono quasi finiti e ci serviranno per i canali ghiacciati che portano alla corda fissa. Inoltre qui, su questo ghiaccio inconsistente, non offrono grande garanzia.

Dopo la prima doppia, l’impossibilità di creare degli ancoraggi sicuri ci costringe a scendere arrampicando per qualche tratto.

La visibilità ormai è nulla. Bruno scende a picco sotto di me e scompare nella nebbia cercando inutilmente di piantare un chiodo di sicurezza. La corda è in tensione e io non so cosa devo fare, dato che non ci sentiamo e non ci vediamo. Aspetto a lungo, ma niente di nuovo. Allora, sotto la tensione della corda dal basso, inizio a scendere con piccozza e martello dalla parete ripidissima. Nè Bruno né io, mai nella nostra vita alpinistica avevamo fatto qualcosa di simile!

Nell’aria c’è un misto di disperazione e di euforia. Bruno mi dice: «ora in ghiaccio non ci batterebbe nemmeno Bertone». E poi: «stiamo rischiando 99 contro 100» (amara considerazione!) Altre corde doppie e poi finalmente la forcella, dove ci rendiamo conto dell’impossibilità di ridiscendere per la nostra via. Tutta la parete si è trasformata in una cascata di neve polverosa. Il vento che viene dal «Hielo Continental» scarica tutto al di qua della cresta e la neve convoglia proprio nei canali ghiacciati lungo i quali siamo saliti.

Ogni tanto una brevissima schiarita e davanti ai nostri occhi una visione apocalittica.

Propongo di tentare la discesa verso il «Hielo Continental» cercando prima di raggiungere per cresta l’inviolata punta che ci sta davanti e poi la forcella che la separa dalla Torre Standhardt. Verso ovest la parete sembra più asciutta ed almeno, di tanto in tanto, c’è anche un minimo di visibilità. Saliamo quindi fino alla punta e poi giù verso nord calandoci fino al bordo inferiore del fungo di ghiaccio, dove Bruno cerca di fare un ancoraggio sicuro per poter iniziare le doppie.

Una schiarita di qualche minuto ci fa vedere la situazione con altri occhi. Sotto di noi, verso ovest, una parete verticale di mille metri o forse anche più ed in basso l’immensa monotona distesa del «Hielo Continental». Questo ghiacciaio di tipo antartico, lungo oltre 300 chilometri e perfettamente piano, costituisce un’incognita, ma credo che non sarà impossibile anche con il brutto tempo trovare una via d’uscita. Verso sud si dovrebbe giungere al «braccio» che porta al lago Viedma e poi alla pampa e forse a un estancia. Almeno da questa parve la parete è asciutta e la discesa, per quanto acrobatica, offre più probabilità di riuscita e decisamente meno pericoli oggettivi.

Esaminiamo il materiale. I pochi chiodi rimasti risultano essere insufficienti per farci arrivare fino alla base. Momenti di incertezza, poi decidiamo di risalire.

Riguadagnamo l’anticima e scendiamo dall’altra parte fino alla forcella.

Iniziamo le doppie. Gli ancoraggi, quasi sempre su chiodi da ghiaccio, sono malsicuri: un chiodo da ghiaccio per ogni doppia! Non abbiamo altra scelta. Parte del materiale che avevamo lasciato in parete precedentemente è rimasto sommerso dal ghiaccio e di chiodi non ne sono rimasti molti. La visibilità è nulla e ad ogni sosta veniamo letteralmente sommersi dalla neve polverosa che si accumula tra noi e la parete.

Doppia dopo doppia arriviamo al salto di ghiaccio e alla corda fissa. Qui il ghiaccio è duro ed è sospeso alla parete verticale. Rimbomba ad ogni colpo di piccozza. E una scena allucinante. Vedo Bruno scomparire nel vuoto e poi più niente. Non vedo nè sento quando arriva e sè arriva. Attese lunghissime. Pendoli. Arriviamo finalmente sotto il posto di bivacco che dovremmo raggiungere salendo circa trenta metri per recuperare parte del nostro equipaggiamento e dei viveri lasciati durante la salita. L’operazione risulta impossibile e, stremati come siamo, decidiamo di rinunciarvi. Anche Bruno, stranamente, è d’accordo e forse per la prima volta nella sua vita rinuncia al costoso equipaggiamento per lasciarlo su una montagna. Le valanghe lo strapperanno ben presto dalla parete e tutto verrà divorato dal ghiacciaio. Continuiamo a scendere e a mezzanotte siamo al nevaio pensile. Aspettiamo le prime luci dell’alba bevendo tè con il tempo ancora pessimo. Poi di nuovo la discesa e altre doppie. Una continua slavina di neve polverosa come se fosse spruzzata da un enorme idrante ondeggia sulla parete da destra a sinistra, con un’oscillazione di un’ottantina di metri. Ora ci fidiamo anche delle corde a brandelli lasciate dalle altre spedizioni, che affiorano dal ghiaccio nella parte bassa della parete.

Al mattino, in mezzo alla tormenta, ci ritroviamo esausti a scavare nella neve per cercare l’ingresso della nostra grotta ed in meno di tre ore riusciamo ad individuarlo.

Finalmente ci infiliamo nell’angusto passaggio trascinandoci assieme ai nostri zaini. Ora siamo al riparo.

Due giorni ancora in igloo prima di incominciare a giorie della vittoria e poi iniziamo la pericolosa discesa verso il campo base.

Inconsapevolmente, nel tentativo di scendere a ovest verso il «Hielo Continental» e senza che facesse parte dei nostri programmi. abbiamo toccato anche la punta inviolata dell’anticima della Egger, l’ultima rimasta da scalare nel gruppo del Cerro Torre. Le diamo il nome di Punta Herron dato che ci sembra giusto dedicarla alla memoria del giovane Philip Herron. il neozelandese che nel 1974 aveva tentato la Torre Egger per la nostra via.

Bill Denz. suo amico e compagno anche nei tentativi di allora, è visibilmente commosso quando gli comunichiamo la decisione e scrive subito una lettera alla madre di Philip in Nuova Zelanda.

Siamo al campo base da un beI po’,  ma ancora tutto attorno a noi ci sembra strano: i colori, il rumore del torrente, il fuoco. Passano diversi giorni prima che si riesca a dormire normalmente Di notte osservo Bruno che sussulta per gli incubi e lui, di me, dirà la stessa cosa.

Ora, senza la roba forzatamente lasciata al posto di bivacco in parete e dopo il furto subito al campo base, ci mancano i mezzi per tornare in Italia ed il biglietto aereo che intendevamo appunto comprare con la vendita dell’equipaggiamento.

Ci aspettano un lungo ritorno in autostop attraverso la Patagonia. bivacchi assetati nella Pampa desertica su montagne di sabbia luccicante, giorni e giorni in attesa di un camion che non arriva mai; poi la fame che già avevamo conosciuto con una situazione analoga quando per giorni e tre notti avevamo aspettato un passaggio ad un bivio lontano, decine di chilometri dal primo insediamento umano.

Ma questo è il prezzo della libertà!

Quando arriviamo al rifugio di Parque Nacional troviamo amici, aiuti e festeggiamenti: Don Juan, Ricardo, Juan Carlos, Monica, Miguel, Tio Cacho. E’ una grande festa. Il celebre cineasta Larran ci riprende in 35 mm. Anche a Rio Gallegos, che raggiungiamo confortevolmente, veniamo accolti alla stessa maniera dalla famiglia Gotti e da tutti gli italiani del Circolo. E a Buenos Aires c’è Cesarino Fava, Angelini e Ziglio. Grazie anche all’opera instancabile proprio di Augusto Ziglio, verso la fine di aprile riusciamo finalmente a partire per l’Italia. Due spedizioni e oltre sette mesi di lavoro per una montagna! Quanto l’abbiamo sognata! Ora mi riesce difficile essere orgoglioso di questa esperienza, o almeno di questa esperienza nel suo lato alpinistico. Quando il rischio va oltre certi limiti, l’alpinismo forse non ha più senso. Avevamo creduto di potervi ovviare, ma le circostanze hanno fatto sì che ci si trovasse in mezzo. E ad un certo punto il rischio diventa come una droga.

Da allora è passato tanto tempo, ma credo che mai dimenticheremo quei bivacchi, nell’allucinante cantilena delle tempeste patagoniche.

Giuliano Giongo © Scandere 1980
photo by Giuliano Giongo

TWO ON TORRE EGGER
By Giuliano Giongo

translated by Gianna Marabello

Great tension in the base camp. The alpinists keep on going to the barometers, looking for those good weather days which never come. Then someone sets out; one day walking, one day climbing, the usual tempest and the return to the valley.

This year we’ll try to avoid the base camp and to live as long as possible in the ice cave close to the wall. In complete isolation. Particular attention has been paid to the equipment: 130 kilos in all, ropes, outfits and food included. Our diet will be based exclusively on dried food, sugar, tea, powdered milk and few kilos of oat:  the only way to limit even the weight of the fuel.

No tent, not even the strongest one, would resist the wind and the weight of the snow, which, during long lasting periods of bad weather, mounts up for several meters. So, for two days we have been digging a cave in the ice under the marginal crevasse, right at the base of the wall. We have got a relatively comfortable place. A short entrance tunnel leads to a room large enough to sleep in and  high enough to stand up.A little niche has been digged in the ice with a shelf for the food and the gas cooker. A rope coming from the cave  is anchored to the rock wall, 40 meters over us. It is necessary to avoid the risk of definitely losing our home and our equipment. While we are away, day by day the snow would cover everything and it would be really impossible to find the cave entrance.

Finally, on January 23rd, we start off. It’s still night-time when we set on the wall over the igloo. A complete, unusual silence  reigns in the valley of the Torre. Every now and then,  a stone, dislodged by our feet,  bounces from rock to rock in the night chilly air and falls down into the darkness.

When we reach the dihedral, the Fitz Roy burning peak, beyond the valley, lets the day break and an explosion of lights and colours starts off. The sun warms us and split climbing on this enormous granite dihedral fills us with pure indescribable joy! But it doesn’t last for long.

Thin clouds striped by the wind are passing over the Cerro Piergiorgio shiny glacier and stretching in the Fitz Roy sky. Menwhile, avalanches moved by the wind are pulling away from the western wall – may be the highest wall in the world – and the whole valley begins to shake. The weather has definitely changed for the worse. We hang part of our burden on a nail and descend, in the snowstorm,  the 300 meters which separate us from the glacier. Our fingers are cut up and make us curse for the pain. This granite is not so sharp-edged as that we found on the Fitz Roy western wall, nonetheless I miss the clean and compact protogine of  Freney’s central buttress.

IN THE IGLOO AGAIN
Moist  and cold; we are trying to accustom our bodies to the wet rucksacks. In few day’s time everything has become wet. Condensation  and the total lack of air circulation inside this icy home of ours do not allow our things to dry and by no means can we waste the rare sunny days in doing such a thing.

An uncommon rumble of thunder comes from east. I am doubtful: in the Torre valley,  this noise is produced by windblasts and by avalanches falling down from vertical walls. Later on, Dr. Rottenberg from Rio Gallegos, will confirm that, for the first time, some storms have been reported. They are almost unknown in Patagonia. My friend Gino Buscaini asked me about this phenomenon when I was in Italy.

Some days after the weather looks promising and we start again. We climb the wall separately, each one on his own. Bruno is in a hurry. He wants to get to the highest spot we reached  last time and to begin ascending  the cliff which will lead us to the hanging snow field. Frontal  light on, he climbs quickly over  V+ passages, while I am still arranging the rope of connection to the igloo. When I finally get closer, 300 meters higher, he is fearfully dangling in the air and is pulling himself together after having fallen down for more than 15  metres. He recovers consciousness and tells me what has happened: arrived at the spot where we had left part of our equipment, he  was passing the overlooking cliff in self-security when he has slipped on the verglas, probably knocking his head. He can’t remember anything else. Three nails and a friend he had just fastened for security have come off and he has been left hanging from an old Cassin ice nail which he himself had fastened  on occasion of one of the several attempts we carried on last year.

Bruno underestimates the incident. So, after having tied each other with a rope, we continue ascending past the overhanging wall and cross the difficult and treacherous fall.

Once on the higher margin of the glacier we have the gas cooking work and drink some  hot tea. We are completely wet, all our muscles are shaking for the cold. The same as last year when we got out of here  soaked. At night the fall changes into an overhanging crust of ice; the old fixed ropes left by the ones who have attempted till now, are torn to shreds and cannot be used.

Being in this situation,  with a jump of  approximately 500  metres  under our feet, gives a really bad sensation. Every now and then, a piece of ice comes off  from the 100-metre  thick serac margin, then an awful rumble makes everything tremble.

Bruno is ill and I soon realize that his accident was serious. Therefore, we decide to go down to the igloo.

After a  period of absolute rest, during which Bruno has constantly suffered from headache and vomit, we start for the Parque Nacional Refuge. We reach it in two-day’s time. Ten days after Bruno has completely recovered.

AGAIN A PERIOD OF INACTIVITY
Spent eating ‘calafate’ and drinking ‘mate’ with the gaucho of Estancia Fitz Roy. Then we decide to ascend to the igloo again.

Other attempts, other giving ups and finally we succeed in reaching the highest spot we arrived at last year and pass the overhanging barrier on the route attempted 5 years ago by Martin Boysen and Don Williams’ strong expedition. Then again bad weather and  a desperate coming back. After having descended 100 meters we are compelled to stop. We try to get rid of the bivouac material but we can’t because the snowstorm is so violent to inhibit even the slightest manoeuvre. And as soon as we open our rucksacks they get filled with snow. Putting on the duvet jacket is equally impossible, so we resign to staying hanging from a nail and to the baudrier  cutting  our legs. I remember when in 1977, during a bivouac on the Fitz Roy’s western , a gust of wind had torn off the duvet which our friend Jerry had opened up just for one moment. Another sleepless bivouac as many others in Patagonia. Between us only a couple of meters, but we cannot hear each other, even if we shout. The continuous falling of the snow make us weld together with the wall till we become an one-off.  And then a high wind, with sudden metal gusts, which doesn’t allow a moment of truce. We take narcotics, nonetheless the night is incredibly long. I am thinking of last year  when, after six attempts, more or less in this point we renounced.

Why did we renounce?

Continuing would have meant choosing among three different solutions.

The easiest one, but also the most dangerous, involved climbing the central couloir on the route where the English and the Americans had failed and one of them had been wounded by a discharge. Someone has written that their renounce was due to “the enormous objective dangers”. Indeed, right on that spot, the icy mushroom-shaped summit unburdens, during the  less cold hours, blocks as large as a room.

The second possibility was a big cracked overhang to the right. Just out of it we would have to struggle against another water-and-snow fall or, in case we passed during the cold night, against big icicles. It would have been very difficult to connect to the overhanging cleft and  to wear the crampons while hanging from the stirrups.

The third and unique possibility of  success implied climbing an enormous and smooth hard-granite slab, completely vertical, which by-passed the discharging spots but had to be completely hammer-nailed. Approximately 70 screwpitons, which we deliberately hadn’t brought, would have been used. They were definitely too many for a victory!

Last year  we had beforehand  excluded the first solution because of  the  many dangers. Now we had got over the wall right  through the central crack. Then, at just few meters from the ante-summit fork  the bad weather had forced us to renounce.

WHILE WAITING
For the morning, I wonder if there is a meaning in being here with no means and no supporters, no fixed  ropes and no radio, where other expedition groups, much stronger than us, have failed. The eight Englishmen of Boysen’s group, the Americans, eleven New Zealanders, then other Englishmen and finally the big Val di Fassa expedition group consisting  of nineteen alpinists. All of them have equipped the wall with fixed ropes running up  to the highest points they have reached.

When some of us dares equip one wall of the Alps before climbing it, as the Spanish have done to the northern of  Lavaredo, he is severely censured and his ascent is depreciated. I don’t know why even the strongest alpinists feel free of using all the possible means when they are far from home, also on easy routes. No one blames them. This has been the common way in Patagonia: the Cerro Torre from south east and from west, the Torre Egger from the Conquer col, the Fitz Roy from south, from east and from the north-eastern Buttress.

Completely different, on the contrary,  was Maestri and Egger’s enterprise in 1958.

One can use whichever means he wants. But considering that today, given the fixed ropes system, the possibility of radio contacts and the fact that climbers alternate on the wall, it is really hard to find the impossible enterprise, all around the world. Personally I consider the alpine style as the only worthy manner to climb. If one is interested in other kinds of experiences, any means to this effect can be adopted. If this is case,  there is no sense in aiming at the summits. Last year I had the occasion to see  Jim Bridwell and Steve Brewer repeat Maestri’s ascent on the edge of the Torre. I  admired the attitude with which they faced  this route. In order to get out of  the head wall over Maestri’s compressor route, they had to fix 8 bolts, but this did not diminish my respect for Bridwell. What I did not appreciate was the official report he registered at the Buenos Aires Parque Nacional in which he asserts that Maestri did not climb the head wall last portion. Following Birdwell, Maestri had stopped at 100 meters from the summit. I have tried to explain to Bridwell that the icy crusts that form the Cerro Torre’s hat may change year by year and that  the lack of nails on the last part of the ascent is not sufficient to doubt Maestri’s ascent.

Even the  repetition on the western of the Torre, carried out by the Americans, has not been, I believe,  a beautiful ascent.

The English’ attempt to climb the North of Sassolungo in winter time has probably been one of the most impressive enterprises in the history of Alpinism, given the conditions of the wall and the weather. Even if  they have failed. The ascent carried out the year after hasn’t surely been so  great.

Morning has broken in the end! Helping with the elbows we get rid of the ice which wraps up our bodies. We  shake the snow off  and start for the  never-ending descent.

Again we are in front of the igloo, in the torment, digging to find the entrance tunnel which has been completely covered by the snow.

For eight consecutive days we have been blocked by bad weather. The showers of snow, falling with a jump of 1000 meters from the wall above, are going to deform this extreme piece of  the glacier. In 24 hours’ time we find ourselves sleeping head down; the igloo is half upturned and the ‘bed plane’ is inclined by 20 or 30 degrees. Beyond our feet a crevasse has open out and some air is coming from there. Shovelling the snow to free the way out is not only a necessity but also the only alternative to a long exhausting dullness. Every now and then we look at each other and say stupid things. Then again we slip into our bags without coming out for the next 50 hours.

TALKS BECOME MORE AND MORE RIDICULOUS
We are going to be so short of food  that we simulate hearty meals and voluptuous smoking. The few things for reading are not useful because of the darkness which surrounds us even during daytime. The entrance tunnel, from which the light should come in, was 2-metre long at the beginning; now, due to the snow mounting up,  it has a length of 15  metres . I must confess that I did not believe Maestri when in his book he described the 10/15-metre high  snowfalls of the Torre glacier. Actually, it is snow brought by the wind and comes from the Cerro Piergiorgio and from the walls hanging over us. You know, in Patagonia it snows horizontally. Moreover, a microclimate phenomenon constantly affects the Cerro Torre group. Anyway, the more the snow mounts up the darker it becomes. Using artificial lights is non sense. One candle would last a couple of hours, the same would be for a front lamp battery. We should have brought more candles or batteries or what else? A plate of spaghetti would be a recommendable alternative to this dried food which,  by now, has literary upset our stomachs. Or feather sleeping bags, spare jackets, ropes, a radio. Well,  probably this expedition wouldn’t have been possible.

Going out is not possible, there is the hell. Standing up before the entrance is all the same not possible because of the extreme danger of avalanches which would drag us down to the plateau 100  metres below. It has already happened. The igloo we built in December 1977 on the superior pass, when we climbed the Fitz Roy, stayed in an ideal position, sheltered by the pass and by the filling snow, without the possibility of  too much heaping. Now, on this glacier, we have looked everywhere for a better place without results. Other groups which have built their igloos nearby have faced the same problem. Some have lost not only the ‘house’ but also their equipment valuable thousands of  dollars. This was the case with Bridwell and Don Peterson, last year. Notwithstanding the perfect connection, the avalanches stripped the ropes off the rock. They dug for days, even with sondes, but the excessive thickness of the snow frustrated all efforts.

SOME DAYS AFTER BILL DENZ FALLS
From the wall under the edge of the Torre. While coming back from one of his several attempts on  Maestri’s route, he has flown down to the glacier for more than 250  metres. Fortunately the fall has had no serious consequence but the shoulder, probably dislocated, has swollen a lot. Tom Bauman, who has seen the accident by pure chance, has brought help and is looking for medicines. Unluckily we don’t have any. We have brought only aspirins and narcotics to be used during long lasting bivouacs, when the winds is blowing very strongly and  you cannot move for 30/40 hours.

We go down to the base camp. French, Germans, Americans and the Norwegian renounce the Torre and leave the valley. Also Don Peterson and Tom Bauman, after having completely equipped the wall with fixed ropes which go up to under the Conquer Col, renounce and begin to unrig it.

The Germans, coming back from the edge, express sincere admiration for Maestri and his route, no matter the means he used. Reinhard Karl, one of the best  German alpinists of the moment and the climber of  Gasherbrun II and of the Everest, will write for ‘Alpinismus’ the article CERRO TORRE: RETREATING FROM THE MOST DIFFICULT MOUNTAIN IN THE WORLD: “… after the bolts, we are now climbing on terribly steep canals. Gusts of  wind and snow falls hit us from above. We look like climbing snowmen that try to swim up a fall sprinkling ice instead of water…” and, referring to the dangerous passage between the base of the Cerro Torre-Torre Egger and the camp in the wood: “… by night the devil sets out a shower which has the same force as that of the car wash. Our tent, guaranteed waterproof, gives up. Everything is drenched. Martin pretends to be dead and I swear. For the first time we are talking of defeat. Flight down to the valley. On the glacier the gusts of wind and the rain simply knock us down. On our fours, we cling to the ice in order not to be thrown down into the crevasses. ‘you devil, you dirty mountain, you will not throw us away. Wait, we will be back!’  I shout with rage while I find myself  face downwards on the ice…” but when the sky finally opens out we are fully rewarded by the most beautiful view in the world. No one can imagine what it means to look at the Cerro Torre group on a clear day sunlight!

The Japanese too take their ropes off  Cerro Standhardt and move away.

Now the valley is completely deserted. Only  Bill Denz, convalescent, and us have remained.

ONE DAY, A BITTER SURPRISE
Is waiting for us at the base camp: someone has entered our tent, has cut off the big sack padlock and has robbed us of  some essential things. Among the most important,  the duvet jacket and  some high altitude food are lacking. The same has happened to Bill. Our food was already scarce and  only a  little quantity had been left at the base camp,  but now even that little quantity has disappeared. A minimum supply has been left on the wall and in the igloo. It represents our essential autonomy for when the weather will improve  and we will climb up. We don’t panic. From the American wanderers we have learnt to live on the wood. So we ‘try’ with small tastes: brightly coloured mushrooms of unknown species will became our main course. We begin by eating one of each and if we don’t complain of particular symptoms by the next day, we will increase the quantity up to fill a pan. There were also some berries similar to our blueberries but the season has passed and they aren’t available any longer. Anyway, we find another one, much smaller and not so good tasting, which is becoming  an integral part of our mushrooms diet. Generally speaking we are satisfied. Not only have we appeased our hunger, but, far from loosing strength,  we also feel fit.

Of the four months spent in South America this is probably the most beautiful season. It is the time of  endless evenings before the fire, of icy stream bathing. It is also the time during which we have experienced either  the pleasure of  inactivity and a burning need of being active. We  have come to maturity and have been enriched by  something which was lacking before, something we needed in order to carry out our enterprise.

The weather is still bad. The snowstorms reach even the base camp in the wood. In the long run our diet is going to be poor and our body  complains the lack of carbohydrates: we are practically starving. We go down to the valley and the forester delivers us a parcel with provisions that Cesare Fava has sent us from Buenos Aires through Spikermann, the geologist. We almost don’t believe it. It’s a great feast. Our hunger disappears and few days later we find it unusual to have been in so bad a state!

Finally, unexpectedly, the time to climb up has come. Again we are at the base camp and the barometer is promising.

ON MARCH 13TH WE SET OUT
Wonderful weather conditions. We bivouac further back the group of overhanging rocks, under the col. The weather is worsening. Instead of going down, as we have done in the past, we wait on the wall.

During the night between march 14th and 15th the weather improves. We start in the middle of the night. Our front lamps on, we ascend the fixed rope with which we had equipped the most difficult passage on occasion of our seventh attempt. We  reach  the icy couloirs which run up to the col but vainly look for the nails we stuck on last time: they have been covered by the ice. Nonetheless, we rapidly come to the col.

The route becomes extremely  steep. As indisputable proof of our passage, we drive 3 bolts, one after the other, into the granite slab just under the ice mushroom. The weather has changed for the worse. We are climbing so rapidly that we almost haven’t noticed the sleet. We don’t want to renounce because the peak is really close. It’s our eighth attempt this year, on this wall. The austral summer is virtually finished.

On the final ice mushroom, at 50  metres from the summit, our Camp hatchets cause two accidents which endanger our lives and the success of the enterprise.

The braid of Bruno’s ice axe slips off  just when it is in traction on a vertical passage on ice. Bruno flies but is able to catch hold of a little ledge 5  metres below.  Under him a jump of more than 1000  metres. Pure luck. Without that little ledge, the rope would have been pulled in traction and we both would have fallen headlong. Indeed, the particular conditions of the ice, porous and flimsy, and the shortage of equipment make our safety really precarious. Now, Bruno has the braid but not the hatchet, which is 5  metres under him. Doing incredible acrobatics and using only the ice hammer, he succeeds in getting out of the scrape and recovers the hatchet.

At few metres from the summit my ice axe ferrule comes unscrewed and is lost. Another inconvenient which makes our safety more precarious.

IN THE EARLY AFTERNOON,
Under really bad weather conditions, we reach the summit. Some  pictures with Bruno cursing because he wants  to go down quickly. He is right, of course; we have to face  the problem of descending .

We don’t have had even the time to get excited!

We knot a nylon cover for trousers to the first abseil nail, a tube of 80  cm stuck on top of  the icy mushroom. Then down to the col. The ice pegs have almost run out. We will need them  on the couloirs leading to the fixed rope. Anyway,  they don’t offer much safety on this insubstantial ice.

It is impossible to rely on secure anchorages, so, after the first abseil, we are forced to go down  for a while climbing. Visibility is very scarce. Bruno is descending right before me. He  disappears into the fog while vainly trying to stick a safety nail. The rope is in traction and I don’t know what to do: we don’t see nor hear each other. I wait for a long time: no news. Then, the rope stretched from below, I begin descending the steep wall with the help of my ice axe and hammer. Never in our life have we done something similar!

A mixture of desperation and euphoria is in the air. Bruno says: “now nobody would beat us on the ice, not even Bertone”. And:  “we are risking 99 against 100” (bitter reflection!).

Other abseils and finally the col. Here we realize that it is impossible to descend our route. The whole wall has become a fall of powdery snow. The wind, coming for the ‘Hielo Continental’, discharges everything on this side of the ridge and  conveys the snow right into the icy couloirs we had climbed when ascending.

Every now and then the sky clears up for a while and an apocalyptic sight is offered to our eyes.

I suggest descending towards the ‘Hielo Continental’ trying to reach, via the crest, the untouched peak in front of us and  the col which separates it from the Cerro Standhart. The wall seems drier westwards and some visibility is offered at intervals. Therefore we ascend the peak and then go north letting ourselves down to the inferior edge of the ice mushroom. Here Bruno looks for a secure anchorage for the abseil descents. A few minute’s clearing up allow us to see the whole situation with other eyes. Under us, westward, there is a vertical wall of 1000  metres or more and below the immense, monotonous ‘Hielo Continental’ expanse. This glacier of the Antarctic type, more than 300  kilometres long and perfectly flat, is an uncertainty, but I think it will be possible to find a way out, notwithstanding the bad weather. Going south we ought to reach the ‘arm’ leading to lake Viedma, then to the pampa and maybe to an estancia. At least, this side of the wall is dry and the descent, even if acrobatic, offers more possibility of success and less objective dangers.

We check the equipment. The few nails left are not sufficient to reach the base. Moments of doubt, then we decide to mount again. We regain the ante summit   and descend the other side up to the col.

STARTING ON THE ABSEILS
The anchorages, for the majority on ice nails, are unsafe; we use just one ice nail for each abseil! We have no alternative. Part of  the materials we had previously left on the wall is completely covered with  ice and only few nails are left. Visibility is very scarce and whenever we make a rest a powdery snow mounts up between us and the wall.

Abseil after abseil,  we reach to the ice jump and to the fixed rope. The ice, overhanging on the vertical wall, is really hard. At every stroke of the hatchet it booms. Moreover,  a shocking scene:  e Bruno disappears and I see nothing else. I can’t even hear when and if he arrives. Endless  waits. Pendulums. Finally we arrive under the bivouac. We  should reach it by climbing for about 30  metres, in order to recover part of our equipment and of the food abandoned there during the ascent. An impossible effort for us; exhausted, we  give up. Strangely enough, Bruno agrees and, may be for the first time in his life, leaves the expensive equipment on top of a mountain. Avalanches will soon strip it off the wall and everything will be devoured by the glacier. We continue descending and by midnight we have reached the pending snowfield. Drinking  tea, we wait for the daybreak. Still terrible weather. Again the descent, again abseils. A constant powdery snowslide, as if it were sprinkled by an enormous hydrant, is waving  right to left with an oscillation of 80  metres more or less. Now we trust even the torn ropes left by other groups which emerge from the ice on the wall lower portion.

We end up in the morning, exhausted for the torment, digging in the snow to find the entrance to our cave. In three hour’s time we get it. We slip in dragging our knapsacks. We are safe now.

Two days into the igloo before enjoying the victory. Then we start the dangerous descent to the base camp.

Unaware, trying to go west  towards the ‘Hielo Continental’, and without planning it, we have also touched Egger’s inviolated ante summit, the only one still to be climbed in the Cerro Torre Group. We name it Punta Herron to honour the  young New Zealander who in 1974 had attempted the Torre Egger on our same route.

Bill Denz, his friend and companion of those attempts, looks evidently moved when we inform him of our intention and immediately writes a letter to Philip’s mother.

WE HAVE BEEN STAYING IN THE BASE CAMP
For some time but everything around us seems odd: the colours, the sound of the stream, the fire. I need several day’s time before I can sleep quietly. During the night I see Bruno  shaking with nightmares. He  will probably say the same of me.

We had in mind to sell our equipment in order to buy the air tickets. Now, due to the robbery at the base camp and to the fact that  we have been compelled to abandon some things on the wall bivouac, we are scarce of means to go back to Italy.

We must expect a long hitchhiking return through Patagonia, thirsty bivouacs on the Pampa’s glittering sand mountains, days and days waiting for a truck which never comes. Then hunger. We have already made this experience: three days and three nights waiting for a lift at a junction tens of kilometres away from the first human settling.

Anyway, this is the price of freedom!

Once at the Parque Nacional refuge we find friends, assistance and celebrations: Don Juan, Ricardo, Juan Carlos, Monica, Miguel, Tio Cacho. It is a great welcome. Larran, the famous director, films us in 35 mm. Also in Rio Gallegos, where we arrive easily, we are welcomed by the Gotti family and all the Italians of the circle. In Buenos Aires we meet Cesarino Fava, Angelini and Ziglio. It is also thanks to Augusto Ziglio’s untiring action if we finally, in late April,  go back to Italy.

Two expeditions and more than seven month’s work for a mountain! How much have we dreamt of it! For the moment I am not able to be proud of this experience from the alpine point of view. Mountaineering  looses its sense when you risk beyond a certain extent. We thought we could avoid it, but we have got to be involved by circumstances and risking has become a drug. A long time has passed since then but I think that we will never forget those bivouacs in the hallucinating alternation of  the Patagonian torments.

Giuliano Giongo © Scandere 1980
photo by Giuliano Giongo

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