Le linee effimere della Torre Egger

di Stefano Lovison

“Torno a casa ma ho già voglia di ripartire.
Ho capito qual è il senso di una spedizione. E’ salire una montagna andando oltre.
E’ distaccarsi dalla cima da elenco per rivolgersi ad algo mas, anche se ancora confuso nella sua definizione benchè già certo nell’ intuito.
E’ vivere l’assenza di radici come un cammino di libertà, la mancanza di legami precisi come l’ amore per un mondo più grande.
Sempre ritorno da questi viaggi con un desiderio più profondo di conoscere e di amare, con una gioia di vivere che dovrebbe essere uno stato normale e non una specie di stato di grazia.
Importante è rimanere a casa solo fino a quando dura questo momento di sentire la vita e sapersene andare di nuovo, prima che la gabbia delle false sicurezze chiuda le sue porte.
Rimanere solo fino a quando si conserva l’ impulso creativo, coraggioso e sereno, e poi tornare ad andarsene, prima che sopravvenga la paura della libertà.
Andarsene a caricare le batterie che alimentano la visione approfondita delle cose, con il desiderio di scalare una cima ma senza aver bisogno dell’ impresa eroica nemmeno di fronte a noi stessi, perchè il semplice impegno sportivo già contiene quel tanto di cammino interiore ripulito dai simbolismi, dai significati posticci, verso l’ essenzialità.
Forse questa è la conquista più vera della nostra vita, forse è il senso più profondo del nostro alpinismo.
Forse per questo il nostro viaggio esistenziale ci conduce per il mondo, ma deve passare per le montagne”. (1)

I luoghi senza confini della Patagonia ci riportano ad avventure di uomini ed alpinisti come fossero di cose accadute da sempre: “qualche volta sono esperienze che lasciano una lieve traccia di poesia nel ricordo, altre volte possono portare riflessione o turbamento”. (2)

Esperienze che soprattutto tra le Torri di Chaltén si perdono tra linee effimere nella mutevolezza dei riflessi della luce e del ghiaccio.

Ma la nostra storia, quella della Torre Egger, ha un prologo drammatico che non lascia spazio alla poesia. E’ un accadimento preciso e definitivo che lega indissolubilmente la torre regina al nome di Toni Egger, dal momento in cui veniva strappato da una valanga di neve e ghiaccio da una traccia effimera che porta sul Cerro Torre, dalla via sua e di Cesare Maestri.

Nel maestoso profilo della catena del Cerro Torre da nord a sud, la Torre  Egger si staglia nettamente sia a guardarla dal ghiacciaio del Torre sia da occidente, dallo Hielo Patagonico, tra due solchi che ne interrompono la linearità: il colle della Conquista (Egger-Torre) e il colle dei Sogni (Standhardt-Herron). Da sotto, in un gioco di false prospettive, sembra fondersi con la Punta Herron se non per una  poco visibile depressione, il col de Lux. Si intuisce da questa distorsione della sua inafferrabilità, di una cima che non si concede facilmente a chiunque. Dove, come in nessun’altra parte, il todo o nada e l’otra vez diventano regola, come quando arrampicare ad oltranza con il meteo orribile rappresenta un vantaggio o l’unica possibilità, perchè quando è bello e fa caldo tutto diventa dannatamente ancora più difficile.

La Torre Egger è pericolosa, sempre e in ogni suo accesso dove non concede punti deboli naturali. Ha una parete, la ovest, ancora da svelare; poche vie sugli altri versanti e le rare ripetizioni si sono concentrate solo in uno di questi; la prima invernale è di quest’anno; ha visto una sola donna in vetta e mai nessun alpinista da solo.

E come si conviene per ogni grande montagna anche la Torre Egger ha la sua disputa.

Parete sud: primi tentativi e la via americana

1974. John Bragg durante il tentativo di scalata alla Aguja Standhardt individua una possibile via di salita alla Torre Egger per il colle della Conquista:

Salire al colle per la via di Maestri ed Egger del ’59 sembrava una cosa abbastanza ragionevole e, sebbene non potessimo individuare una facile via di salita sopra il colle, ci persuademmo che su una montagna della dimensione della Torre Egger, avrebbe senz’altro dovuto esserci una via su quella parete finale di 350 m, spaventosa allo sguardo” . (3)
Ma i primi tentativi di salire la Torre Egger  si concentrano su quello che sembra il punto più accessibile, la profonda depressione che la divide dalla Punta Herron.

Nel 1974 un gruppo britannico guidati da Leo Dickinson, con Eric Jones, Martin Boysen, Paul Tut Braitwaite, Keith Lewis, Mick Coffey e gli americani Rick Sylvester e Dan Reid attacca la parete est. Scalano per circa 800 m. di parete ma sono costretti alla ritirata sotto un bombardamento di blocchi di ghiaccio a causa del caldo e la fusione del fungo sommitale.

Ma a fronte di tanta selvaggia potenza c’è una foto che sembra rassicurare predisponendoci alla spensieratezza e a ricordarci che l’alpinismo della Torre Egger è una cosa giovane, recente. È un poster generazionale, in una foto di John Bragg, che raffigura americani e neozelandesi durante la campagna alpinistica 1975/76 e che, a parte la citazione laconica che avverte l’osservatore, only the damned survive, non fa presagire di cosa dovranno affrontare quei giovani mentre sbracati e sorridenti vivono un momento di completo relax a El Chaltèn.

Perché è in quella spedizione che Phil Herron morirà. Scendendo alla grotta di ghiaccio del bivacco, scivola per 50 metri e cade in un crepaccio. I tentativi disperati di Whethey  di recuperare Phil si protraggono per quattro ore ma alla fine si vede costretto ad abbandonare il compagno per cercare aiuto. Il suo corpo non verrà mai più ritrovato.

“La morte di Phil implicò la fine della spedizione neozelandese. Sette settimane di tempo orribile, durante le quali furono fatti solo minimi progressi e in più la morte di Phil li portarono all’unanime decisione di abbandonare la salita”. (3)

John Bragg, Jim Donini e Jay Wilson ripercorrendo la via del ’59 e avvantaggiati dall’equipaggiamento lasciatogli dai neozelandesi spingono la linea di corde fisse fino al colle della Conquista dove stabiliscono un piccolo campo in una Whillans box.
Gli ultimi 350 metri costeranno agli americani 5 giorni di scalata con tratti di 5.9 e A4, pareti di ghiaccio a 70° e 80° in 13 lunghezze di corda. Il 22 febbraio del 1976 sono in vetta.
In quello che rimane tra i gesti più romantici di un alpinismo di altri tempi, Donini che custodiva un moschettone di Toni Egger, dopo il ritrovamento dei suoi resti, lo depone sulla cima della loro montagna come ricordo e tributo al grande alpinista scomparso.

Parete sud dal traverso che porta al colle della Conquista: in rosso la via americana 1976; in giallo la via di discesa usata per la traversata. Foto Salvaterra

Psycho Vertical, 1986

L’attività jugoslava in Himalaya che ebbe sviluppo e coronamento sull’Everest nel 1979 con la nuova via della cresta ovest fu la genesi di una new wave unica nel suo genere. Una poderosa macchina alpinistica che ha accumunato in una generazione figure carismatiche ormai leggendarie: Knez, Sveticič, Karo, Humar, Cesen, Kojzec, Benče, Furlan, Prezelj, Valič, Karnicar, Jeglič, un supergruppo che non avrà alcun timore reverenziale nel confrontarsi con i più grandi problemi alpinistici dell’epoca.

Parte di quegli sloveni si trovò in piena attività nella metà degli anni ottanta anche in Patagonia.

La parete sud vista dalla via del compressore: 1. via americana,1976; 2. Psycho Vertical; 3. Badlands. Foto Edward Jose Moraga

A poco meno di un anno dalla Directisima del Inferno tracciata da un big team di nove alpinisti sloveni nel pericolosissimo imbuto naturale che convoglia tutto quanto possa cadere dall’alto in piena parete est del Torre, i tre moschettieri, Janez Jeglic, Silvo Karo e Francek Knez, nell’autunno del 1986 vengono alle prese con il versante sud est della Torre Egger. Sono attratti dalle linee logiche per quanto pericolose e repulsive. E ci vuole coraggio per infilarsi nell’orrido e scuro sistema di fessure tra Torre Egger e Cerro Torre, prima di poter raggiungere il diedro perfetto che caratterizza tutta la seconda parte della via quando l’itinerario confluisce negli ultimi due tiri della via americana.

Dobbiamo ammettere che la nostra vittoria è stata possibile solo grazie alle corde fisse. Considerando l’altezza delle pareti e i rapidi e imprevedibili cambiamenti delle condizioni meteo  è stato quasi impossibile salire in puro stile alpino. La prova è che quasi tutte le vie in Patagonia sono state aperte con corde fisse. Un giorno potranno essere salite in libera, in solitaria e in giornata. Questo è uno sviluppo naturale, una specie di scala in cui ogni nuovo gradino segue uno di più vecchio.” (4)

L’uso massiccio delle corde fisse con uno stile che potrebbe far discutere fa parte dell’alpinismo in questo lembo di Patagonia ed è un marchio di fabbrica che contraddistingue le vie dai nomi evocativi aperte dagli sloveni: Directisima del Diablo, Kaj ima ljubezen s tem (la What’s love got to do with it di Tina Turner), ancora un Diedro del Diablo quello sul Fitz Roy oltre che sulla parete sud del Torre ma i 550 metri di corde installate su Psycho Vertical non devono trarre d’inganno. Lo stesso Karo ebbe a definire questa la più bella tra le vie del suo poker effettuato tra Egger e Torre.

Il push finale dalla fine delle corde fisse, 22 ore andata e ritorno, in quella che è la linea più naturale ed estetica della Torre Egger porterà i tre alpinisti in vetta alle 21 del 7 dicembre 1986.

Badlands, 1994

Appena a destra  di Psycho Vertical sul filo dello spettacolare pilastro est corre Badlands di Conrad Anker, Steve Gerberding e Jay Smith. Le due vie condividono i primi 150 metri poi in alcuni tratti sembrano ancora toccarsi ma sono come realtà separate. Mentre la via slovena costringe l’alpinista ad un particolare esercizio visivo per il limitato campo laterale, appena a destra, la via degli americani, superato un grande tetto, schiude la scena a spazi aperti e vertiginosi. Attraverso enormi placche di granito dalla  totale esposizione Badlands offre il meglio di sé con uno dei tratti di arrampicata più estetici della Patagonia e una fessura dal nome evocativo, Century crack.
Due stagioni di tentativi precedenti e 4 mesi di lavoro, con una scalata prevalentemente artificiale e aiutata quasi interamente dalle corde fisse non possono che evidenziare lo stile-assedio adottato così come argomenta Rolando Garibotti:

“Prendiamo Psycho Vertical […] con la parte inferiore (50%) su fisse e il resto in stile alpino, o la adiacente Badlands […] tracciata in due stagioni integralmente con fisse (vetta nel 1994). Le difficoltà tecniche sono le stesse ma la salita statunitense è un passo indietro. Se sei un modello per gli arrampicatori, se sei sponsorizzato, non devi fare una simile salita, o lo fai solo per la ditta che ti paga, non per l’arrampicata. Per me, se ci si definisce un alpinista di punta, bisogna guardare la storia nell’alpinismo, cercare di fare meglio di quelli che sono venuti prima di noi”.(5)

Un itinerario che sulla carta si presta a ripetizioni in stile alpino, così come era nei piani di Peter Janschek  nel 2002 che a causa della roccia completamente fradicia fu costretto a dirottare su Titanic pur di scalare la Torre Egger rimanendo fedele alla sua etica.

2. Psycho Vertical e 3. Badlands sembrano quasi toccarsi. 1. via americana,1976. Foto Jay Smith.

E con Titanic, Badlands condivide gli ultimi due tiri all’epoca nel tunnel naturale, attraverso il fungo, che sembra non esistere più. Nell’idea di Anker,  Gerberding e Smith di lasciare ai ripetitori il gusto di una scalata quanto più naturale possibile, la via è stata lasciata  completamente pulita nella parte bassa, uno sforzo lodevole in un’area in cui molti team si sentono autorizzati a lasciare  le tracce del loro passaggio con corde fisse e attrezzature, snaturando di fatto l’arrampicata dei ripetitori.

Parete est


Titanic, 1987

E’ la via dove si sono concentrati finora il maggior numero di tentativi e ripetizioni, teatro  anche della prima salita invernale nell’agosto 2010.

Prende il nome dal pilastro superiore che si erge come una spaventosa prua strapiombante e che separa il settore di Badlands dal lato di Titanic. Proprio nel punto in cui la grande nave sembra fendere un’onda sale la rampa obliqua della parte finale della via di Maurizio Giarolli e Elio Orlandi.

Il loro progetto nasce quasi per frustrazione dopo aver fallito la traversata integrale delle tre torri, Standhardt, Egger, Cerro Torre, in quella che era l’idea futuristica di Andrea Sarchi.

Ed è  proprio di Sarchi, con Nadali e Cominelli, il merito di aver concepito questa via superba tentandone ripetutamente, nell’autunno del 1987, i diedri basali del pilastro est e attrezzandoli per circa 500 metri nella sezione che viene considerata la più dura di tutta la via. E Titanic, così com’è stata aperta, non è mai stata ripetuta integralmente.

Come ha fatto notare Peter Janschek che con Michael Mayr ne tentò la salita nel 2002, la prima di Titanic è stata una felice combinazione di eventi soprattutto per il fatto che la sezione inferiore è stata attrezzata nella stagione fredda come per una salita su ghiaccio e la parte alta in estate praticamente sfruttando le migliori condizioni per ogni sezione. Anche recentemente ha visto un tentativo da parte degli austriaci Hannes e Gery nei difficili tiri iniziali. Ora tutte le cordate  salgono il primo tratto fino al nevaio pensile passando a destra sulla via Giongo-De Donà fino a confluire in Titanic alla base della grande prua o sfruttando il link-up Martin-O’Neill.

Giarolli e Orlandi, superata la parte bassa dopo un primo bivacco (bivacco del canto) sulla cresta nevosa alla base della prua, con un’arrampicata elegante giunsero alla base dell’enorme fungo di ghiaccio sommitale alto ben 90 metri. L’uscita in vetta, letteralmente dentro la nuvola di ghiaccio, col dubbio claustrofobico che quei tunnel non portassero beffardamente da nessuna parte, avvenne il 5 novembre 1987.

Sappiamo che quei fori sono frutto dell’instancabile mulinello del vento ma è bello pensare che si trattasse di un’altra magia delle cosas patagònicas.

L’uscita del tunnel a poco meno di due tiri dalla vetta delle Torre Egger. Foto Ermanno Salvaterra

De Donà – Giongo, 1980

“E gli italiani? Gli italiani aspettano ancora,
e se non sono morti continuano ad
aspettare.
Siamo rimasti in vita, ma è stata una sconfitta,
e le sconfitte bruciano. Ma in seguito
si vedono le montagne e il rapporto con esse
in una luce diversa. Perché forse una sconfitta
è altrettanto costruttiva quanto la paura.
Tempo per riflettere – tempo per respirare.”

Sono le ultime righe di Montagna vissuta: tempo per respirare di Reinhard Karl.

Parole che riportano all’essenza delle lunghe attese patagoniche, alla condivisione degli sforzi, dei piccoli successi e delle delusioni, ad uno spirito che dev’essere pienamente compreso per capire chi come Giongo e De Donà ha passato quattro mesi su quella montagna, spingendosi sui tentativi degli inglesi della spedizione Boysen, di americani e neozelandesi, dei trentini della val di Fassa,  condividendo il campo e le grotte di ghiaccio con il meglio dell’alpinismo di quell’epoca. Naturalmente finendo il cibo molto tempo prima del ritorno, costretti a cibarsi di padellate di funghi sospetti e salvati dall’immancabile pacco dono di Cesarino Fava. E quando anche tutti gli altri se ne erano già andati hanno soccorso Bill Denz, dedicando al suo caro amico Phil Herron addirittura il nome di una cima inesplorata. Di chi derubato e senza denaro, dopo aver venduto quello che restava del materiale è  riuscito a tornare attraversando la pampa in autostop.
Un’avventura che ha tutti i requisiti per sentirsi e far sentire liberi e puliti.

Ma quando nel 2005 Tomas Huber calpesta il colle tra la Egger e la punta Herron, e dichiarando della assenza di qualsiasi traccia di umano in quel luogo, lo battezza Col de Lux, getta i primi semi del dubbio. Che gli italiani possano essere stati veramente lì? Come anche lungo la headwall dove essi dicono di avere piantato dei chiodi a pressione e che addirittura abbiano calpestato la vetta da loro stessi nominata Herron?

Ma Giuliano, guascone e anarchico cercatore di avventure e Bruno, detto Barèta,  duro come un sasso, custode del rifugio Mulaz e dei segreti delle Pale di Focobon non sono dei pivelli. Hanno mesi e mesi di vita patagonica alle spalle e un mondo avventuroso di arrampicate estreme nelle Alpi e in Dolomiti, soprattutto d’inverno. Ci hanno lasciato un resoconto appassionato di quella avventura, l’articolo In due sulla Torre Egger in Scandere ’80, che rimane tra gli episodi più entusiasmanti di letteratura alpinistica, un’icona che si perde nella luce sbiadita di trent’anni fa che non può essere presa di certo come prova, né tantomeno le sue allucinanti fotografie. Ma non basta la parola? E per quale anacronistica inutilità alpinistica avrebbero allora risalito i 60 metri verso la Herron se non per una confusa e disperata ricerca di una via di salvezza?

Per i cronisti e gli appassionati di queste storie la parola di un alpinista è solo una, conta quella e basta! Ma per chi c’è stato in quei luoghi difficilissimi, abituato a fiutare i chiodi come un cacciatore cerca delle tracce e non per speculazione, spesso solo per una semplice questione di sopravvivenza, il fatto è diverso, il punto di vista è un altro.

Da allora diversi alpinisti hanno percorso l’ultima sezione della Egger da nord, tedeschi, argentini, altri italiani, ma nessuno ha trovato quelle tracce e soprattutto i chiodi a pressione di cui parla Giongo:

“Sulla piastra di granito sotto il fungo di ghiaccio piantiamo tre chiodi a pressione uno vicino all’altro, che lasciamo quale prova inconfutabile del nostro passaggio”. (6)

La linea della Huber-Schnarf, 2005; parete nord della Torre Egger vista dal col de Lux; Foto di Ermanno Salvaterra

Lì la parete è aperta e in quei poco più di due tiri di corda anche un solo chiodo non passerebbe inosservato tanto più che la linea è quasi obbligata.

Così è. I sedimenti del dubbio sembrano lentamente coprire quel pezzettino di storia.

Ora che per quella parete la consuetudine voglia veder tracciata la via Huber-Schnarf – e anche una minuscola variante – non può fare che malinconia. Come pure vedere definita via degli italiani e nemmeno appellata col nome dei protagonisti quella che è stata la seconda salita assoluta alla Torre Egger, la prima propria di quella  montagna: Bruno De Donà e Giuliano Giongo, per il versante est, 950 metri, 5+ A2 85°, in soli 4 giorni e in bello stile alpino.

Il link-up Martin-O’Neill, la prima salita femminile e la prima invernale

Sui tentativi di Peter Janschek  e Much Mayr , il collegamento tra la via italiana del 1980 con Titanic  riuscì agli americani Timy O’Neill e Nathan Martin che effettuarono anche  la  salita della Torre in stile alpino nel 2002.

La variante, che ha in comune i primi 10 tiri della via di De Donà e Giongo, sfrutta per 8 tiri di corda un sistema di fessure e un diedro perfetto guadagnando poi il facile nevaio dove si congiunge a Titanic. La salita di  Martin e O’Neill, completata in 59 ore andata e ritorno, aprì le porte della Torre Egger a numerose altre cordate. Tra le altre è da ricordare soprattutto la notevole salita di  Steph Davis e Dean Potter  nel 2006. Dopo un tentativo frustrato per l’ennesima caduta di ghiaccio i due, studiando un nuovo passaggio per evitare il fungo terminale, effettuarono una salita in tempo record di 23 ore. Fu anche la prima salita femminile della Torre.

Nell’agosto del 2010 gli svizzeri Stephan Siegrist, Dani Arnold  con il tedesco Thomas Senf hanno effettuato la prima salita invernale della Torre Egger che per Siegrist significa un’abbinata di lusso col Cerro Torre dato che nel 1999 fece la prima salita invernale della via dei Ragni.

Sfruttando parte della salita italiana del 1980 e posizionando un primo bivacco sul nevaio tra il Aguja Standhardt e la Torre Egger, il giorno seguente  guadagnando con difficoltà le fessure di Titanic completamente intasate di ghiaccio, i tre hanno scalato ininterrottamente per 22 ore prima di poter riposare poco sotto il fungo di ghiaccio. L’esperienza di Siegrist, che aveva scalato Titanic tre anni prima, ha guidato  la cordata verso la parete sud, lungo un camino ghiacciato ancora percorribile. Ancora tre lunghezze e a mezzogiorno del 3 agosto 2010 la Torre Egger stava finalmente sotto i loro piedi.

Parete est 1. Giongo-De Donà, 1980; 2. Titanic, Giarolli-Orlandi, 1987; 3. link-up Martin-O’Neill, 2002; 4. Huber-Schnarf, 2005; 5. prima salita invernale, Arnold, Senf e Siegrist, 2010. Foto di Ermanno Salvaterra

 

La cresta nord

Un bell’articolo di Alpinist Magazine del 2003  intitolato Unclimbed richiamava l’attenzione su obiettivi in linea con lo spirito di un alpinismo esplorativo identificando 9 grandi sfide sulle montagne del mondo. Di quell’elenco di cime del calibro di Annapurna III,  Torre Sud del Paine, Chang Himal, Mt. Tyree,  Latok I, la Grande Traversata delle Torri splendeva di luce propria tra gli obiettivi più ambiti e significativi.

Ma per chi avesse voluto salire da una parte e scendere dall’altra unendo le cime di Aguja Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre mancavano ancora dei tasselli.

E quando nel 2005 Rolando Garibotti, Ermanno Salvaterra e Alessandro Beltrami salirono il Cerro Torre da nord per  l’Arca de los Vientos, collegando il Colle della Conquista alla cima del Cerro Torre sulle orme della contestata via di Maestri del 1959 e sulle ceneri mai completamente raffreddate della polemica, di fatto rendevano all’alpinismo quell’ultimo tassello mancante.

A riaprire le porte della traversata era stato il transito per il col de Lux verso la Egger nel mese di marzo di quell’anno da parte di Thomas Huber e Andi Schnarf.

In realtà l’idea della grande traversata nasceva molto tempo prima, negli anni ’80, da un sogno di Andrea Sarchi. I primi tentativi avvennero in quegli anni da parte del supergruppo italiano di Giarolli, Orlandi, Salvaterra e Sarchi. Nel 1991 Ermanno Salvaterra con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi spinsero l’esplorazione della cresta fin sulla vetta della Punta Herron. Poi per 15 anni più nulla.

Salvaterra è quasi in vetta alla Torre Egger, 2007

Fu appunto nel 2005 che Thomas Huber e Andi Schnarf salirono in vetta alla Egger scalando dal col de Lux l’ultima porzione rocciosa con un’arrampicata superba. Al colle vi erano giunti dopo aver scalato Festerville (Martin,O’Neill, 2000) e lo Spigolo dei Bimbi (Cavallaro, Salvaterra e Vidi, 1991), nella linea più elegante e logica di quella porzione di traversata. I due si calarono per Titanic concludendo il tentativo in meno di 40 ore complessive di scalata.

Per quanto riguarda la Egger i giochi erano fatti e per completare la traversata era solo una questione di tempo. Nel 2007 prima ci prova Rolando Garibotti con Hans Johnstone riuscendo a scavalcare la Torre Egger e dopo due bivacchi a scalare anche 6 tiri de El Arca prima di essere bloccati da un’enorme incrostazione di ghiaccio. Appena qualche giorno dopo è la volta di Salvaterra con Beltrami, Masè e Salvadei ma dopo due bivacchi sono costretti a ritirarsi e a scendere anch’essi per la via americana del 1976.

Ma a fine gennaio 2008 Garibotti e Haley ce la fanno. In 4 giorni salgono per Exocet, lo spigolo dei Bimbi , la Huber-Schnarf  e l’Arca de los Vientos fino in cima al Cerro Torre. Si calano per la via di Maestri sulla cresta sud est, completando finalmente la traversata.

E’ toccato quindi a Rolo, il custode del Chaltèn e a Colin Haley, giovane fuoriclasse reduce l’anno prima di una fantastica corsa su À la recherche du temps perdu e la Via dei Ragni con Kelly Cordes, a trasformare in realtà una progetto rimasto chiuso nel cassetto per quasi venticinque anni.

La parete ovest

C’è da superare il passo Marconi oppure il colle Standhardt per giungere al cospetto del mondo ancestrale e magnifico del Circo de los Altares. Noi ci siamo giunti con un periplo antiorario della Torre Egger e, last but not least, fino alla sua parete ovest.

Il complesso edificio Egger-Herron sembra non sfigurare affatto vicino al Cerro Torre, così orlato di ghiaccio e brine patagoniche, quasi ad invitare l’alpinista in questi luoghi selvaggi  dove la sfida è oltremodo inesorabile e pericolosa.

Ed è su quello che laconicamente Buscaini riporta come di un tentativo notevole, C.G. Crimella con 4 compagni, novembre 1985 che inizia la storia alpinistica di questo versante. Ad accompagnare Crimella ci sono Maurizio Maggi, Domenico Chindamo, Paolo Crippa, Giambattista Villa e Paolo Cesana. Dopo aver superato il canalone di accesso il loro tentativo si interrompe dopo 150 m. di parete, dove incontrano difficoltà fino al 6a+.

Nel novembre del 1989 Crippa e Maggi ci riprovano. Con loro c’è anche Eliana De Zordo. Avversati dal maltempo dopo due mesi riescono ad arrivare appena ai piedi della parete dove bivaccano a più riprese dentro una buca di neve ma non c’è niente da fare. Con l’anno nuovo quando Maggi è costretto a ritornare in Italia, Eliana e Paolo decidono di rimanere per provarci ancora una volta. E’ il 7 gennaio del 1990 quando li vedono partire da El Chaltèn verso l’ultimo tentativo alla Torre Egger. Una lunga attesa fino alla fine di gennaio per scoprire che i biglietti del volo non sono mai stati ritirati. Una squadra di soccorso con Maurizio Maggi, Luca De Zordo, fratello di Eliana, insieme ai lecchesi della ovest del Cerro Torre,  Casimiro Ferrari, Mariolino Conti e Dario Spreafico, abituale compagno di cordata di Paolo, giunge sul posto ma il soccorso sarà purtroppo inutile. I corpi dei due ragazzi vengono trovati nella crepaccia terminale alla base del pilastro e il  loro recupero risulterà impossibile.

Nel novembre del 1992 sulla stessa via ci provano Maurizio Giarolli, Andrea Sarchi e Odoardo Ravizza. A circa 200 metri di altezza dall’attacco trovano lo zaino di Paolo e, da due anni appesa ad un moschettone della loro ultima sosta, una giacca a vento ancora incredibilmente intatta. Proseguono installando corde fisse per altri 50 metri poi, in tre giorni, riescono a completare una linea esteticamente ineccepibile sfruttando il diedro che limita a destra il pilastro. Raggiunto l’intaglio che lo separa dal corpo della Punta Herron lo chiamano colle dei Falchetti ma a causa del maltempo sono costretti a calarsi per la via di salita senza raggiungere la cima della Herron. La via è comunque tracciata  e viene dedicata a Eliana e Paolo sulle struggenti note della canzone Gracias alla vida di Mercedes Sosa.

Nel 1999 è la volta della Gioconda per Ermanno Salvaterra e Mauro Giovannazzi. In 10 giorni e in condizioni meteo impietose riescono a salire 900 metri di nuova via alla Punta Herron lungo lo spigolo di sinistra della ovest in una parete completamente smaltata di ghiaccio e brina. Due soli giorni di bel tempo su quasi un mese possono bastare. Dopo le tradizionali corde fisse, con altri 5 bivacchi in portaledge, superano il tratto centrale strapiombante e approdano sul colle dei Falchetti. Il maltempo li costringe a ritornare lasciando ancora inviolata la cresta ovest:

“La mia idea era quella di salire fino in cima alla Punta Herron, Mauro voleva fermarsi qui. Io avrei voluto … lui, no! Ma non ho insistito. Anch’io ero sfinito a morte. Ne avevo abbastanza. Ci sarebbero stati ancora 60-70 metri di roccia, poi il fungo, un bivacco, niente da bere, niente da mangiare, senza sacchi a pelo ed era già molto freddo …
Siamo scesi al portaledge. L’ultima notte .. . l’ultimo giorno in parete … e ancora un bivacco nella grotta di ghiaccio … il paradiso”. (7)

Ma il nocciolo del problema stava ancora lì: la vera ovest della Torre Egger. Un parete monolitica appena corrugata da un tetto, qualche lama di roccia e impercettibili cengie che presta il fianco a pericoli oggettivi imponderabili. Materia per grandi cordate.

Ci provano  nell’ottobre del 1996 Lorenzo Nadali, Pietro Dal Prá e Andrea Sarchi proprio al centro  ma dopo poche lunghezze, sotto il grande tetto che caratterizza la parte inferiore della parete sono costretti a tornare.

Pochi mesi dopo, nel febbraio del 1997 è la volta di Ermanno Salvaterra con Adriano Cavallaro a tentare una linea appena più a sinistra, nel punto in cui la parete si incunea a formare grandi diedri, tra le linee di frattura che generano il col de Lux. Ma dopo 300 metri di scalata sono costretti al ritiro bersagliati dalle scariche di sassi.

La storia della ovest si ferma qui. La cronaca ci dice che due giovani Ragni, Matteo Bernasconi e Matteo della Bordella, stanno per partire per la Patagonia. Nel loro obiettivo c’è proprio questa parete.

Ancora grande alpinismo sulla Torre Egger, che per la ovest è un affare solo italiano.

Stefano Lovison, 2011

Un grazie particolare per la disponibilità, le tante informazioni e per le foto ad Ermanno Salvaterra.
Le foto del Circo de los Altares e della parete ovest sono di proprietà dei Ragni di Lecco
 
 
Bibliografia e risorse elettroniche:
 
Alpinist.com
Americanalpineclub.org
Fuorivia.com
Pataclimb.com
Tom Dauer, Cerro Torre. Mito della Patagonia;
Reinhard Karl, Montagna vissuta: tempo per respirare;
(1) Silvia Metzeltin, Alpinismo a tempo pieno;
(2) SilviaMetzeltin e Gino Buscaini,  Patagonia. Terra magica per viaggiatori e alpinisti.
 
American route, 1976:
AAJ 1976 pagina 507;
AAJ 1977, pagine 49-56;
Patagonia,  Metzeltin, Buscaini;
(3) Scandere ’80, pagine 17-21.
 
Psycho vertical:
ALP Magazine , maggio 1987, n.25, pagina 18;
Patagonia,  Metzeltin, Buscaini;
Rivista della Montagna, aprile 1987, n. 85, pagina 19;
(4) Silvo Karo, Torre Egger’s Southeast Face, AAJ 1988, pagine 49-51.
 
Badlands:
AAJ 1996, pagine 19-27;
(5) ALP Magazine , settembre 1998, n.161, pagina 84;
Patagonia,  Metzeltin, Buscaini.
 
Titanic:
Elio Orlandi, The Eastern Pillar  of Torre Egger , AAJ 1988, pagine 53-55;
Elio Orlandi, Nuvola di ghiaccio, ALP Magazine , dicembre 1988 n.44, pagine 76-83;
Rivista della Montagna, aprile 1988  n.96, pagine 12-13.
 
Giongo-De Donà:
ALP Magazine , agosto 2000, n.184, pagine 62-70;
(6)Giuliano Giongo, In due sulla Torre Egger, Scandere ’80, pagine 22-37;
Patagonia,  Metzeltin, Buscaini.
 
Link-up, prima femminile e prima invernale
AAJ 2002, pagine 316-317;
Material provided by Arkadi Seregin (Cerro Torre expedition, 2002);
Steph Davis,Tra vento e vertigine.
 
Cresta nord:
ALP Magazine , dicembre 1992, n.92, pagine 27;
AAJ 2005, pagine 290-292.
 
Gracias a la vida:
ALP Magazine , aprile 1993, n.96, pagine 20-23;
Patagonia,  Metzeltin, Buscaini.
 
La Gioconda:
(7)AAJ 1999, pagine 335-336;
ALP Magazine , marzo 1999, n.167, pagina 110.
 

Questo articolo è stato pubblicato nel numero 12/2011 di Stile Alpino Magazine

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