Latok

 

L’alpinismo alla massima potenza

Per Jim Donini sono le montagne più difficili del mondo. Ma su quei giganti del Karakorum, quasi cime proibite, dal 1977 a oggi gli italiani sono stati più volte protagonisti.

di Carlo Caccia

Ai tempi di Eric Shipton e Bill Tilman, pionieri tra quelle montagne nel 1937 e 1939, tutto era ancora da fare: cime, creste e pareti erano completamente inviolate, a formare quel Blank on the Map che è il titolo perfetto del libro in cui lo stesso Shipton ne parla. Il bello, però, è che dopo tre quarti di secolo i “vuoti” esistono ancora e nel gruppo dei Latok, con i suoi giganti di ghiaccio e roccia, alpinismo significa ancora scoperta, avventura creativa nel segno dell’esplorazione. E ovviamente non bisogna dimenticare l’estremo impegno tecnico e ambientale, che ha fatto dire ad un fuoriclasse come Jim Donini – che conosce bene il maggiore dei giganti – che i Latok sono «probabilmente le vette più difficili da raggiungere del pianeta».

Li vediamo e ne restiamo folgorati dopo aver raggiunto Askole, proseguito per un tratto e poi deviato a sinistra per risalire, in direzione nord-ovest per circa venticinque chilometri, il gigantesco ghiacciaio Biafo. Siamo in Pakistan, nel cuore del Karakorum, e i Latok spiccano poderosi alla nostra destra, verso est, a chiudere in monumentale parata il ghiacciaio Baintha Lukpar, confluente nel Biafo. Il più impressionante della famiglia, da questa parte, è il Latok III (6949 m): una sfida al cielo al centro della scena, uno scatto di linee convergenti in vetta a definire lo scuro, altissimo – 2000 metri – appicco roccioso della parete ovest. Il Latok I (7145 m) si eleva immediatamente a sinistra e quindi, oltre un’alta sella, ecco lo slanciato Latok II (7108 m) che, come il fratello maggiore, da questa parte presenta il suo lato relativamente più docile. Ma non è finita: a destra, ossia a sud, del Latok III completano l’assieme i “piccoli” Latok V (6190 m) e Latok IV (6456 m) di cui, visto lo spazio tiranno, vi dovremo raccontare un’altra volta.

Difficile immaginare, di fronte a tale spettacolo, che possa esistere qualcosa di ancora più grandioso. Eppure basta passare dall’altra parte, sul ghiacciaio Choktoi, per quasi non credere ai propri occhi ed esclamare, a tu per tu con la cresta nord del Latok I, che gli alpinisti sono dei privilegiati: sognatori impenitenti con le chiavi del paese delle meraviglie. Qualche volta, però, le serrature si inceppano e quella dello “Sperone Walker del Karakorum”, che dopo una trentina di tentativi è ancora inviolato, sembra impossibile da sbloccare.

Latok I: la cresta senza fine 

I primi a provarci, nel luglio 1978, furono gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, George Lowe e Jeff Lowe. Fallirono, fermati dalla tempesta e dalle condizioni di salute di Jeff, ma la loro fu comunque un’impresa: un insuccesso, sì, ma più che luminoso, un titanico testa a testa di oltre tre settimane passate su quella cresta di 2500 metri che ad un certo punto, quando i quattro amici erano ormai a quota 7000, decise di cacciarli indietro.

Così l’inviolato Latok I rimase tale e fu soltanto nel 1979, ad opera di una spedizione giapponese guidata da Naoki Takada, che la sua prima ascensione divenne realtà. La squadra, piazzato il campo base sul ghiacciaio Baintha Lukpar, scalò il difficile pilastro sud, a sinistra del couloir tra il Latok I e il Latok III, e il 19 luglio, partiti dal terzo campo a 6500 metri, Tsuneo Shigehiro, Shin’e Matsumi e Yu Watanabe raggiunsero la vetta. Shigehiro con Hideo Muto, Jun’ichi Oku e Kota Endo fece il bis il 22 luglio, probabilmente senza immaginare che nessuno, negli anni e decenni seguenti, avrebbe ripercorso le sue tracce. In altre parole: il Latok I, dal 1979 ad oggi, non è più stato scalato.

La cresta nord, dopo l’epica avventura di Donini e compagni, è finita nel mirino di personaggi del calibro di Martin Boysen, Doug Scott, Simon Yates, Robert Schauer, Catherine Destivelle, Wojciech Kurtyka, i fratelli Benegas, Maxime Turgeon, Josh Wharton, Colin Haley e finalmente, nel 2011, degli italiani Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cesare Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini. Ma il risultato è sempre stato lo stesso: nada de nada.

«Quella cresta è lunga, lunghissima – spiega Salvaterra –. Noi siamo saliti fino a 5400 metri dove, con la montagna in cattive condizioni, abbiamo dovuto mollare. Da lì, procedendo a destra, credo sia possibile portarsi oltre quella barriera di cornici e torri di ghiaccio a quota 5800, assolutamente invalicabile, che nel 2009 ha fermato Haley, Josh Wharton e Dylan Johnson. Più in alto, comunque, la faccenda si fa assai complicata… Io ci riproverei, certo, e se da una parte auguro a Wharton (che tornerà laggiù nei prossimi mesi, ndr) di riuscire, dall’altra quasi spero il contrario per giocare ancora le mie carte! Perché il Latok I è una montagna eccezionale: la sua parete nord, a sinistra della cresta, è qualcosa di pazzesco, una sfida per il futuro».

Latok II: il capolavoro italiano compie 35 anni 

Don Arturo Bergamaschi: parlare del Latok II significa raccontare di lui, di questo sacerdote emiliano, nato nel 1928, instancabile esploratore sulle grandi montagne del mondo. Dall’Afghanistan alla Groenlandia, dalla Bolivia al Nepal, don Bergamaschi si è sempre mosso nel segno della fantasia, puntando ad obiettivi come l’Annapurna Fang (1979), l’Annapurna II (1981), il Disteghil Sar (1983), il Changtse (1988) e, naturalmente, il Latok II.

Era il 1977 e il sacerdote capospedizione avrebbe voluto tentare il Baintha Brakk (più noto come Ogre, 7285 m), a nord-ovest dei Latok. Tuttavia il permesso per quella montagna se l’erano già aggiudicato i britannici – a cui riuscì una memorabile prima ascensione, con Chris Bonington e Doug Scott in vetta – e alla squadra italiana fu assegnata la seconda scelta: il Latok I. Piazzato il campo base sul ghiacciaio Baintha Lukpar, don Bergamaschi e compagni – un gruppo di ben 18 alpinisti – videro da vicino ciò che li attendeva e non esitarono a cambiare ancora una volta obiettivo: di fronte alle continue scariche della parete sud del Latok I, autorizzati dall’ufficiale di collegamento, puntarono al comunque difficile ma meno pericoloso sperone sud-est del Latok II.

Avanti tutta, quindi, piazzando quattro campi in parete nel giro di una decina di giorni per lanciare dall’ultimo, a quota 6650, l’attacco decisivo. Lo storico successo arrivò alle 22.45 del 28 agosto di 35 anni fa: Ezio Alimonta, Toni Masè e Renato Valentini, dopo 12 ore di scalata, si abbracciarono senza fiato sulla vetta del Latok II, firmando una prima ascensione assoluta che, forse non ricordata abbastanza, resta una delle più belle imprese dell’alpinismo italiano. Da notare che, nell’ambito della stessa spedizione, furono violate addirittura altre 16 cime alte dai 5000 ai 5880 metri.

Le successive ascensioni del Latok II sarebbero arrivate soltanto nel 1997: la seconda, per una proibitiva via nuova nel cuore della parete ovest (superando su roccia, da quota 6000 alla vetta, difficoltà di VII e A3), grazie ad Alex Huber, Thomas Huber, Toni Gutsch e Conrad Anker; la terza, violando la parte superiore della cresta nord-ovest, ad opera di Christian Schlesener e Franz Fendt. Nel 2006 ecco la quarta ascensione (Doug Chabot, Mark Richey e Steve Swenson in stile alpino per la via dei primi salitori) e nel 2009 la quinta (e al momento ultima): una tragica impresa per la cresta nord-ovest integrale riuscita agli spagnoli Álvaro Novellón e Óscar Pérez – già autori, nel 2006, della terza ascensione del Latok III – e costata la vita, in discesa, al giovane Pérez.

Latok III: la piramide perfetta e un sogno in stile alpino 

«La montagna ideale. Una piramide perfetta di granito, bellissima»: così il Latok III agli occhi di Enrico Rosso, alpinista biellese forte e silenzioso, che lo ha sognato e poi vissuto con due amici, Marco Forcatura e Marco Marciano, in otto giorni di assoluta avventura dalla base alla cima, raggiunta il 20 giugno 1988. Prima di loro, nel 1979, saliti per la stessa durissima cresta sud-ovest, erano arrivati lassù soltanto i giapponesi Sakae Mori, Kazushige Takami e Yoji Teranishi: un successo a suon di campi e corde fisse che Rosso e compagni non hanno voluto emulare, giocando la propria partita senza compromessi, all’insegna dello stile alpino.

«Stile alpino – spiega Enrico – significa entrare in un’altra dimensione: in una realtà verticale dove si impara a vivere diversamente, con nuovi riti e ritmi. Significa tagliare i ponti, avere tutto ciò che occorre nello zaino: nessuna via d’uscita, nessun cordone ombelicale per ottenere aiuto o per tornare rapidamente al campo base. Significa risvegliare il proprio istinto animale, viaggiare in se stessi verso i propri limiti, fino a vedere la propria anima. Sul Latok III ho cercato e trovato tutto questo, tutto ciò che mi aspettavo».

Così la cresta sud-ovest del Latok III è finita nello splendido volume Himalaya Alpine-Style di Andy Fanshawe e Stephen Venables che, una volta in mano ai giovani francesi Julien Herry e Roch Malnuit, ha fatto scattare la molla: dopo i giapponesi, dopo gli italiani e dopo, come abbiamo visto, gli spagnoli Novellón e Pérez, quella cresta sarebbe stata affare loro. L’anno era il 2007 e la quarta ascensione del Latok III divenne realtà: partenza dal ghiacciaio il 12 settembre e cima raggiunta il 15, con un tempo magnifico e un panorama sterminato attorno. «È stata una grande avventura – raccontano Julien e Roch – che ci ha richiesto di mettere a frutto, combinandole, le nostre esperienze precedenti – scalate assai tecniche nelle Alpi e meno tecniche sulle cime himalayane – per risolvere un difficile problema d’alta quota».

Intanto la parete ovest aspettava: obiettivo ambito – inizialmente anche di Rosso e compagni, poi costretti e ripiegare sulla cresta –, chi l’avrebbe raggiunto? La risposta è arrivata il 25 giugno 2011 quando, dopo 15 giorni di scalata su quella spaventosa muraglia, i russi dal folto pelo sullo stomaco Alexander Odintsov (che l’aveva già tentata due volte), Alexey Lonchinsky, Ivan Dozhdev ed Evgeny Dmitrienko si sono ritrovati a tu per tu col cielo, esausti artefici della quinta, grandiosa ascensione del Latok III.

(da Montagne 360°, maggio 2012, pp. 24-27)

Latok I, 7.145 m.

Panmah Muztagh, Karakoram mountain range.

Un emblema che da più di trent’anni rappresenta un connubio esplosivo di sfida e attrazione per il meglio dell’alpinismo mondiale.
E basta scorrere tra i grandi nomi dei protagonisti per capire quanto generosi ma anche inutili e frustranti, spesso drammatici, siano stati finora i tentativi, le schermaglie, i corteggiamenti in uno scenario di tale potenza.

Quella che mi piace ricordare è la grande cavalcata sulla cresta nord del 1978 di Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff e George Lowe, la cordata forse più forte al momento in America.
Salirono per 100 lunghezze prima che Jeff fosse costretto a dar fine alla salita a sole tre lunghezze di corda dalla cresta. La discesa verso la salvezza del campo base -twenty-six days after leaving- fu definita da Donini in termini ‘epici’.

1. Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, 1978;
2. Cresta nord ovest del Latok II, Álvaro Novellón e Óscar Pérez, 2009;
3. Tentativo di Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson, 2009; Giri-Giri boys, 2010;
4. Tentativo di Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama, 2010; Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard avevano tentato la linea nel 2006 fermandosi a circa 5300 metri;
a. linee in progetto di Josh Warthon;
b. progetto della spedizione russa 2012.
foto di Josh Warthon

La cronologia delle salite, la maggior parte lungo l’inviolata Cresta nord.

Luglio-Settembre 1975
Un team giapponese guidato da Makoto Hara circumnaviga il gruppo dei Latok via Biafo, Simgang, Choktoi, Panmah e ghiacciai Baltoro. Valanghe e frane impediscono qualsiasi tentativo significativo.

Luglio-Agosto 1976
Un team giapponese guidato da Yoshifumi Itatani tenta il couloir tra i Látok I e III (Látok Est), raggiungendo circa 5.700 m. prima di tornare indietro di fronte alla caduta di seracchi.

Agosto-settembre 1977
Un team italiano guidato da Arturo Bergamaschi esplora il percorso tentato dai giapponesi nel 1976 ma decide che è troppo pericoloso. Fanno la prima salita della Latok II dal ghiacciaio Baintha Lukpar.

Giugno-Luglio 1978
Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style . Raggiungono in punto più alto finora raggiunto a circa 7000 m.

Giugno-luglio, 1979
Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982
I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5.800 m.

Luglio 1986
I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e di raggiungendo i 6.400 m. dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-Agosto 1987
I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6.000 m.

Giugno, 1990
I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-Agosto 1992
Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso. Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-Agosto 1993
Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, tornando a circa 5.500 m. a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994
Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m. sul loro secondo tentativo.

Luglio-Agosto 1996
Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m. metri prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m. dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998
Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete.
Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino a 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001
Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche.
Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6.250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006
I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna.
Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006
Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5.300 m. a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

2007
Tentativo degli americani Bean Bower e Josh Wharton

Luglio 2008
Secondo tentativo di Wharton e Bowers che tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m. di quota prima del ritiro.

Luglio 2009
Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I , dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Luglio-agosto 2009
Álvaro Novellón e Óscar Pérez  tentano la cresta raggiungendo circa i 5.800 m per le pessime condizioni della neve.
Decidono quindi di cambiare obiettivo focalizzandosi sul Latok II  (7.108 m) dove riusciranno nella prima salita completa della cresta nord-ovest. Questa notevole scalata purtroppo finirà in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimane gravemente ferito Pérez. Nell’impossibilità di trasportare il compagno, Novellón scende da solo per chiedere aiuto, creando una grande mobilitazione internazionale di salvataggio.
Immobilizzato a 6500 metri sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, per Óscar Pérez non fu più possibile alcun soccorso.

Luglio  2010
I Giri-Giri Boys Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama si ritirano dalla cresta nord a circa 5.900 metri per le condizioni di neve molto pericolose. Prima di questo tentativo la squadra aveva provato l’impressionante parete nord raggiungendo un’altezza di circa 5.900 metri.

Giugno-luglio 2011
Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini.
Dopo aver passato 6 giorni in parete e aver raggiunto quota 5.300 metri circa sono costretti al ritiro per il maltempo e pericolo di valanghe.

Luglio-agosto 2012
Tentativo dei russi Oleg Koltunov, Vyacheslav Ivanov, Shaman Valera e Ruslan Kirichenko.

In memoria di Oscar Perez e nel ricordo della sua tragedia.

L’articolo di Carlo Caccia è tratto da Montagne 360°, numero di maggio 2012, pp. 24-27

Info:
Micheal Kennedy con aggiornamenti di David Falt e AlpineSketches.
Per i progetti di  Josh Warthon visitare http://www.thecleanestline.com

Elaborazioni, tracciati e ricerche a cura di Stefano Lovison

© AlpineSketches 2012